lunedì 11 giugno 2012

LA RICERCA DELLA FELICITA'

I diritti inalienabili dell'Uomo così come espressi dalla dichiarazione di indipendenza delle colonie americane comprendono il diritto alla ricerca della felicità, altrimenti conosciuto al giorno d'oggi come diritto all'autodeterminazione.

Prima di parlare di questo, converrebbe intendersi su cosa significa "felicità".

Questo è un concetto sfuggente, perchè può avere significati molto diversi per persone diverse.
Nella nostra cultura europea ed occidentale, la realizzazione personale (o felicità) è generalmente imputata a due ambiti ben precisi: la famiglia, oppure la professione.

Alcune persone si realizzano nella conduzione familiare, nei figli, nell'educazione.
Altre si realizzano nel successo lavorativo, nel raggiungimento di una posizione di prestigio e nella sicurezza economica.

E' banale dire che le persone del primo tipo normalmente sono donne, quelle del secondo normalmente sono uomini.

Ora vi dico la mia esperienza.

Io mi sono laureata presto e ho cominciato presto a lavorare.
foto dal web
Ho frequentato una università prestigiosa perchè volevo un buon lavoro (e questo significa guadagnare bene ed avere prestigio sociale). Ho fatto la mia bella gavetta, ho preso le mie brave sberle d'orgoglio, e alla fine sono approdata ad una posizione di responsabilità una decina di anni fa. Nel frattempo avevo conosciuto il GG, ci eravamo sposati ed era nato il PG.

Stavo in ufficio 10-12 ore al giorno, il mio capo non era mai contento, mi trovavo ad essere reperibile durante le ferie o i week end e non avevo tempo per fare nulla che non fosse lavorare. La casa era trascurata, non mettevo mai in tavola per cena altro che prosciutto e formaggio e vedevo mio marito e mio figlio nel tempo tra quando entravo trafelata in casa e quando crollavo sfatta sul divano subito dopo cena. Ero piena di sensi di colpa dalla punta dell'alluce alla cima dei capelli, ed ero molto infelice.

Quando sono rimasta incinta del Nin, la mia bella cadrega mi è stata sfilata da sotto il sedere in tempo zero, come ringraziamento per l'impegno profuso. E li, avrei dovuto capire. Invece, niente. Al rientro dalla maternità ho ricominciato la "scalata" ma le cose a casa andavano sempre peggio.
Così un giorno ho deciso di chiedere il part time.
Avrei dovuto farlo prima, ma ero consapevole che questo avrebbe significato rinunciare a qualsiasi desiderio o velleità di realizzazione professionale, e questo in parte mi frenava.

Alla fine invece l'ho fatto e, sorpresa!!
Il mio livello di felicità è schizzato verso l'alto rapidissimamente.

Così da allora ho cominciato a ragionarci su.
Il lavoro, la professione, il successo, può renderti realmente FELICE?
Io dico di no.
Può renderti orgoglioso.
Il lavoro ti da soddisfazione, ti da sicurezza economica, ma NON può renderti felice.
E' - deve essere - un mezzo, e non il fine.
E NON DEFINISCE CHI SEI, ma semplicemente "cosa fai".

Quello che davvero conta, quello che davvero "ti da" sono i rapporti, le persone.
Amore, amicizia, affetto, stima.
Queste sono le sole cose che contano.

In tempi come questi, in cui le aziende chiudono o perdono a causa della crisi, ricordarsi di questo semplice fatto può fare tutta la differenza del mondo. In ufficio una persona è un numero. Non conta in quanto persona, conta per quanto fa guadagnare all'azienda. Che, voglio dire, è anche giusto. Un'azienda deve guadagnare, se vuole vivere. Ma commettere l'errore di affidare ad essa la propria autostima o la propria serenità personale significa restare inesorabilmente delusi.

Il GG aveva un amico così.
Una brava persona, un po' più grande di noi, che per un certo periodo ha frequentato la nostra casa.
Senza una famiglia sua, si è buttato nel lavoro.
E' bravo ed ha molto successo.
Ma è infelice e depresso.
Torna a casa, ed è solo.
Forse per questo lavora tanto.

Il lavoro è ciò che FAI non ciò che SEI.
Questa ora è la mia filosofia in proposito.
Non lo è sempre stata. Ero orgogliosa, volevo vincere, volevo essere più brava degli altri.
Ma alla fine non mi restava niente.

Quando sei in difficoltà, chi ti conforta? Chi ti consola se sei triste, o preoccupato, o ansioso?
Se tuo figlio si ammala, chi ti sta vicino? Se muore una persona cara, su quale spalla ti appoggi?

Sulla spalla di coloro che ti hanno a cuore come persona.
La tua famiglia, i tuoi amici.

Poter arrivare a casa dopo una giornata difficile, potersi chiudere la porta alle spalle pensando "oh meno male che ora sono qui dove sono amato e apprezzato indipendentemente da tutto" può significare la differenza tra essere sereni e non esserlo.

E che si fottano i soldi.
Servono, ma non sono tutto.
E che si fotta pure l'orgoglio, se ti fa star male invece che bene.
Ci sono passata, per questo lo dico.

E quando un domani saremo anziani e prossimi a camminare nel mondo degli spiriti, cosa ricorderemo con gioia maggiore? Da cosa trarremo conforto per dire "va bene, ho vissuto pienamente, ora posso anche andare"? Da una grande causa vinta in tribunale? Da un ordine da millemila migliaia di euro che abbiamo spuntato? O dal giorno della nascita dei nostri figli e nipoti, dalle feste di compleanno con gli amici, dalle giornate serene al mare, dall'amore che avremo dato e ricevuto?

Io scommetterei sulle seconde.
E come vorrei che ci scommettessero tutti!

foto dal web

14 commenti:

  1. Sono più che d'accordo, d'accordissimo!
    Io questa cosa che mi avrebbero sfilato la sedia da sotto alla prima maternità l'ho capita da subito, infatti ho fatto una scelta radicale. Forse troppo radicale, lo ammetto, ma va bene così. ^_^
    Anch'io ho cominciato con grandi prospettive, mi sono lauretata in informatica quando si era in pieno boom ed per trovare lavoro ho solo dovuto scegliere. Lavoracci impegnativi, spesso fuori sede, ma va be', ero ancora a casa con mammà e al ritorno potevo spalmarmi sul letto senza problemi. Però poi da sposata ho capito che non ne valeva la pena, ho cambiato lavoro a fronte di uno meno impegnativo, ed è stato lì che ho capito chiaramente come funzionava se sei donna e vuoi dei figli. Allora mi sono buttata sull'insegnam,ento e poi la vita ha scelto per me con la malattia di mio marito e qua mi fermo che questo è il tuo blog :-)

    Pensa che invece il mondo è pieno di persone che sono quello che fanno lavorativamente parlando, e ti stimano o non ti stimano in base a quello che tu fai. Anche persone che si ritengono illuminate, poi di fatto la pensano così e anch'io lo trovo molto triste perchè denota una grande insicurezza il fatto di dover essere socialmente collocate per "essere".

    La vera ricchezza sono gli affetti e il tempo. I soldi servono per campare, stop.

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  2. Condivido le vostre considerazioni, soprattutto perché in molte aziende magari un figlio te lo fanno pure passare, ma col secondo cominciano a storcere il naso. E non solo in termini di prospettiva e di carriera, ma proprio nel quotidiano, se per esempio arrivi in ritardo o se ti assenti per malattia del bambino..
    Chissà, forse in un paese con politiche sociali diverse alcune scelte sarebbero meno radicali. Ma temo che sia difficile scoprirlo nell'immediato futuro...

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  3. mi hai letta nel pensiero...

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  4. Quando fai ciò che ami, lavoro, pittura, educare un figlio, lavorare anche, tutto diventa felicità.
    Credo che ognuno debba essere se stesso.
    Io ho lavorato tanto e sono una mamma single quindi gioco sul campo da sola. Eppure anche quando mio figlio andava da suo padre, io ero felice in casa da sola.
    Io spesso mi sono sentita sola in mezzo alle persone.
    Penso sia giusto, mia opinione, più che essere persone felici, essere persone di buon senso.
    Io però da sempre ho scelto un tempo part time fino ai 3 anni (part time al 70%) perchè per me la presenza di qualità, con un occhio anche per il lavoro che mi svagasse, vale oro. E' un accrescimento sia per me che per mio figlio. Io poi non avevo i nonni, quindi c'era da trottare.
    Ora mio figlio ha 19 anni, e invecchiando penso che il tempo di qualità ci sia forse ancora di più.
    Perchè davvero non dipende più da altre persone ma solo da me.
    Non rimane uguale nulla per lungo tempo.
    Eppure, nonostante i travagli, penso che ogni cosa accaduta, ogni situazione porti qualche dono in sè.
    Oggi mi hanno offerto qualcosa di particolare al lavoro. Ho rifiutato.
    Il tempo che io passo creando (scrivere, dipingere, organizzare le mie mostre fotografiche, pensare la copertina del mio libro, parlare e cucinare con mio figlio, passeggiare con il mio labrador) è un tempo di grande valore per me. Superiore a qualsiasi altra proposta. Anche in questi tempi di terremoto.
    Quindi ben venga ciò che ci fa stare meglio. Se è davvero quello che vogliamo e non l'ennesimo "divino scontento".
    Brunella

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    1. "Eppure, nonostante i travagli, penso che ogni cosa accaduta, ogni situazione porti qualche dono in sè."

      ECCO, ERA QUI CHE VOLEVO ARRIVARE.

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    2. sì una comprensione se la si vuole cogliere...

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  5. Hai pienamente ragione, solo che il difficile momento che stiamo attraversando ci porta bene o male a dover scegliere se lavorare o meno anche poche ore.
    Non è il mio caso perchè sono una mamma e casalinga, vorrei fare qualcosina quando le bimbe sono all'asilo, perchè il pomeriggio devo dedicarlo a loro, ma oltre a non trovare nulla, non puoi fondare le basi di un lavoro, perchè se si ammalano?
    perciò continuo la mia vita di mamma 24 ore su 24 che considero un pò un lavoro perchè di impegni ce ne sono tanti, mi cresco e coccolo le mie piccole, in futuro si vedrà.

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  6. E come potrei non sottoscrivere, vista la scelta di "suicidio" professionale che ho fatto pochi mesi fa, proprio per poter stare a casa con l'Aquilina almeno per i suoi primi anni (<- beh, almeno spero... vedremo se ce la facciamo davvero con uno stipendio solo)?
    Sono sempre stata dell'opinione che si lavori per vivere e non si viva per lavorare, ma in molti posti di lavoro seguono il concetto diametralmente opposto. O l'altra logica "disumana": tutti sono utili, nessuno è indispensabile (ergo: appena non ci servi o fai qualcosa che non ci va a genio - tipo un figlio, sacrilegio! - se non troviamo il modo di lasciarti a casa, arrivi che lo chiedi tu per conservare un po' di sanità mentale).
    Non so dove si pensi di arrivare: lo fanno passare per progresso, per "parità" di diritti... alla fine dei conti, si finisce solo col perdersi tutte o quasi quelle che sarebbero le cose semplici ma importanti della vita. E spesso per cosa? Per posti di lavoro che vengono rinnovati per qualche mese in modo da non dover pagare le ferie ai dipendenti (una mia amica è messa così ormai da un anno e mezzo: la assumono a settembre, la licenziano a dicembre, la riassumono a gennaio, la licenziano a fine luglio), con ti lascio immaginare che prospettive di stabilità e "carriera"...
    Lo so che non si campa d'aria e che per molta gente lavorare (quando e dove) non è certo una "scelta"... però permettetemi almeno di scrivere che è uno schifo!

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  7. Che bel post Puff,,davvero.

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  8. Belle parole....peccato che al giorno d'oggi stridono molto con la situazione di crisi e chi lavora è già fortunato ......

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    1. Il punto era proprio questo, infatti.
      Chi sei, anonimo?

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  9. Hai fatto una serie di riflessioni che faccio in continuazione,ti ringrazio per averle condivise, mi dai un respiro nuovo oggi!
    Ho lasciato il lavoro per crescere i miei figli, convinta, perchè provato sulla mia pelle, che i bambini hanno diritto ai loro genitori. L'ho fatto un po' azzardando, non siamo ricchi, abbiamo fatto sacrifici, ancora li facciamo, ci accontentiamo e cerchiamo il bello dello stare insieme, ci impegniamo molto nel volerci bene, posso dire che il mio grado di felicità è alto, anche se non faccio shopping spesso!
    Alcune persone non possono non lavorare e il lavoro succhia le loro energie e la loro vita, perchè la nostra società non ammette vie di mezzo.
    Credo però che in questo momento storico sia necessario riflettere sul senso di questa nostra società e cambiare direzione, non è così difficile, bisogna solo crederci. Bisogna credere che la felicità è possibile solo attraverso le relazioni e che tutto deve avere come fine la felicità, non il possesso.
    :)

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    1. Hai scritto cose bellissime.

      "non siamo ricchi, abbiamo fatto sacrifici, ancora li facciamo, ci accontentiamo e cerchiamo il bello dello stare insieme, ci impegniamo molto nel volerci bene"

      Questa è la ricetta.
      Lo penso sul serio.

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  10. Sottoscrivo in pieno. Io ero partita come un treno in una mega multinazionale, passavo la vita in ufficio ma guadagnavo tanto e con grandi prospettive di carriera. Poi sono rimasta incinta e ho continuato a sgobbare come prima, mi sono fatta il vero mazzo, ho lavorato fino all'ultimo secondo...risultato: finita la maternità mi hanno buttata fuori. In quanto mamma (che sicuramente avrebbe faticato a mantenere quei ritmi disumani) non gli servivo più. Me l'hanno proprio detto in faccia eh.
    Non ti dico che botta, i pianti che mi sono fatta ma da quel momento ho cambiato totalmente prospettiva e ho cercato un part-time. Stipendio dimezzato e addio alla carriera ma col senno di poi so di aver fatto benissimo, anzi + passa il tempo e + lo capisco. Sono rimasta una mamma lavoratrice coi suoi limiti, in seguito l'orario è cambiato ma niente in confronto a quando avrei dovuto mollare Nano, Marito, famiglia, amici...tutto sacrificato per il lavoro.
    Ma il lavoro ripaga davvero? Hai ragione la domanda importante è questa.
    Io che ci sono passata sulla mia pelle dico ANCHE NO.

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