venerdì 30 settembre 2016

PANICOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO


NOOOOOOOOOOOOOO AIUTO
HO PERSO IL MIO BLOGROLL,
TUTTI I LINK AI VOSTRI
BELLISSIMI BLOG.....
AIUTO E ORA?????



giovedì 29 settembre 2016

DIALOGHI IMMAGINARI - GENTE DEL NORD (CINQUE)

Nei giorni successivi mi disposi nuovamente a disintossicarmi dalla presenza di Alyssa. Non senza vergogna, la sera della nostra chiacchierata non avevo potuto prendere sonno e mi ero rivoltato nel letto fino quasi all'alba senza potermi togliere la sua immagine dalla mente. Ero in preda a una insana smania, al desiderio, e alla confusione. Alla fine, esasperato, ero uscito e avevo camminato a lungo, da solo, nell'aria fredda dell'ora che precede il sorgere del sole. La mia prima intenzione era stata quella di cercare una donna, ma era impensabile che ogni nostra conversazione dovesse terminare con me in fregola che correvo verso il letto di una prostituta. Era inaccettabile il modo in cui mi ero lasciato soggiogare. Andava contro tutti gli insegnamenti che avevo ricevuto durante il mio addestramento. Lucidità, fierezza, distacco. Dove erano? Dove era la mia determinazione? Ero un uomo, ma stavo dimostrando la forza di volontà di una ragazzina.

Sapevo che avrei dovuto vergognarmene. E tuttavia... tuttavia non mi vergognavo. Anzi, mi sentivo stranamente gioioso, quasi euforico, mentre l'aria gelida del mattino mi faceva accaponare la pelle, raffreddando i miei bollenti spiriti e schiarendomi la mente. Ed era bene che fosse lucida, perchè avevo un gran bisogno di pensare con calma alla situazione a cui mi ero esposto.
Prima di tutto, cosa ne sapevo io del legame tra un uomo e una donna? Non avevo conosciuto che prostitute, e mi era sempre stato bene così. Non avevo mai sentito il l'esigenza di avere una relazione profonda con una donna, probabilmente perchè ero cresciuto con la certezza che avrei avuto una vita violenta e breve. La mia stessa esperienza me lo confermava: mio padre aveva lascito una vedova, e tre orfani. Tuttavia, sapevo che mio padre aveva amato profondamente mia madre, contro ogni buon senso, ed aveva continuato ad amarla fino all'ultimo giorno della sua vita. E non si poteva certo dire che fosse un uomo che non ragionava lucidamente. Quindi doveva aver valutato attentamente la sitauzione, e aver deciso che averla accanto fosse preferibile che lasciarla. Certo per loro era stato diverso, almeno all'inizio. Erano guerrieri entrambi, in un certo senso erano alla pari: entrambi correvano gli stessi rischi, entrambi potevano non tornare. Ma quando Linn era rimasta incinta ed aveva smesso di andare in battaglia, mio padre avrebbe dovuto lasciarla, provvedere mio sostentamento ma non vivere con noi come una famiglia. Invece aveva infranto la regola, beh era più una consuetudine che una legge vera e propria, e aveva stabilito la sua dimora con noi. Non so se questo avesse provocato scandalo a quei tempi o se i miei genitori fossero stati oggetto di ostracismo di qualche genere, ma lo ritenevo poco probabile.
Per quanto mi riguardava, avevo amato infinitametne averlo intorno, quando ero piccolo.  Mi ero sentito molto fortunato perchè Kjell era l'unico tra tutti i guerrieri che vivesse col proprio figlio, e quel figlio ero io, proprio io. Kjell era un uomo fiero, possente, deciso e autoritario, ma anche molto gioioso. Giocava con noi bambini ogni volta che i suoi impegni glie lo consentivano, o ogni volta che mia madre lo cacciava fuori  casa fingendosi indignata per qualche scherzo che le aveva fatto. Rideva molto, e non avendolo mai visto combattere è questo che ricordo principalmente di lui. Rideva più di chiunque altro. Ma la cosa principale che avevo sempre saputo di lui era che se avrebbe dato una mano per noi figli, o magari tutte due, la luce dei suoi occhi restava sempre e comunque mia madre. Kjell viveva per lei, in un modo così totale ed appassionato che da piccolo ne ero stato quasi geloso. Per mio padre il sole nasceva e tramontava sul viso di Linn. Erano compagni, amanti, amici, erano tutto quanto due persone possano essere l'uno per l'altra. Per me, che vivevo con loro, era molto evidente. Forse all'esterno traspariva meno, Kjell doveva pur mantenere la sua integrità di guerriero, e di certo non avrebbe apprezzato scherzi e lazzi sulla sua peculiare situazione famiglaire, ma tra le pareti domestiche erano come due ragazzini al primo amore. La notte li sentivo bisbigliare, sapevo che mio padre le chiedeva consiglio su tutte le questioni importanti e non prendeva mai una decisione senza consultarla. Poi i bisbiglii si trasformavano in risate, e le risate in gemiti soffocati. La passione che li univa non si era mai affievolita, e io mi ero chiesto spesso, da ragazzo, se sarei stato così fortunato da incontare una donna che mi facesse sentire completo come mia madre faceva sentire mio padre. Avevo anche prgato Freya per questo, una volta o due. Prima di cominciare l'addestramento, ovviamente. E a quanto pare, Freya aveva deciso che era giunto il momento di rispondere alle mie preghiere, inaspettatamente, in un momento che non avrebbe potuto essere meno adatto, e con diversi anni di ritardo. Ah Freya, grande, magnifica madre! Il tuo senso dell'umorismo è decisamente insolito, nessuno te l'ha mai fatto notare?


E quindi era così... mentre il cielo schiariva lentamente per il sorgere del sole e i primi uccelli mattutini cominciavano ad intonare il loro canto di benvenuto al nuovo giorno, mi ero infine dovuto arrendere all'evidenza: ero innamorato di quella donna.

Cosa avrei dovuto fare? I miei pensirei saltavano continuamente tra la necessità di togliermela dalla testa e il desiderio di averla. Kjell aveva mantenuto il suo status e il suo ruolo, pur amando mia madre, ed il Padre Odino era un grande guerriero, pur avendo famiglia. Non mi sentivo degno al momento di nessuno dei due, ma sicuramente questo significava che forse  potevo almeno provare a percorrere anche io quella strada.
Sfortunatametne c'era anche il problema del sangue. Lei era una prigioniera di guerra, non una della nostra gente... ma dopotutto non era nemmeno di Lokturn. Lo aveva detto, no? Era una guaritrice itinerante, non era legata ad alcun popolo in particolare. Era una nomade, una senza tribù. Chissà se le sarebbe piaciuto fermarsi, stabilirsi in un luogo senza più viaggiare. Non era realmente una nemica, anche se era stata catturata durante un'azione di guerra, e a quanto mi aveva raccontato la sua famiglia non avrebbe costituito un problema. C'era quindi una possibilità per me di farmi avanti? Per il possente Thor, stavo davvero considerando la possibilità di corteggiarla? Ormai non potevo più negare che il mio cuore lo desiderasse profondamente.
Dunque, disintossicarmi da lei non era lo scopo che avrei dovuto dunque perseguire. Ma quale direzione dovevo prendere? Camminavo mio malgrado su un terreno poco famigliare, non avendo mai preso in considerazione prima l'idea di legarmi in modo permanente ad una donna, e qualunque guerriero sa che chi combatte su un terreno sconosciuto, è destinato inesorabilmente alla sconfitta. Cominciai perciò a pensare come uno stratega, e mi rilassai quando mi resi conto che potevo considerasre la mia infatuazione come una campagna militare nella quale Alyssa era l'avversario da conquistare. Dovevo agire di conseguenza. In quello, ero decisamente esperto. Il mio primo obiettivo doveva essere conoscere il mio campo di battaglia, il che significava che la cosa più sensata cui potessi dedicarmi era continuare frequentarla e cercare di capirla, e naturalmente farmi conoscere da lei.
A questo pensiero, il mio stomaco traditore fece una capriola.


Mantenendo fede alla mia strategia, presi a frequentare la zona degli schiavi ogni qual volta ne avessi la possibilità. Viki ne era entusiasta, credo che dopotutto mi avesse preso in simpatia. Forse mi considerava una specie di fratello maggiore, nonostante la situazione. Da parte mia non facevo nulla per cambiare questo stato di cose, anzi la incoraggiavo portandole spesso qualche piccolo dono: un dolce cucinato da mia madre, un fiore raccolto sulla strada, un piccolo utensile o pettine che poteva servirle nel suo sempre più consolidato ruolo di pettinatrice del villaggio. Non portavo mai nulla per Alyssa, tuttavia lei aveva cominciato a guardarmi con quella che mi parve se non una cauta simpatia, almeno non un completo disprezzo. Quantomeno, non fulminava più Viki con gli occhi ogni volta che mi si avvicinava. Era pur sempre un inizio.
Sembrava aver preso molto sul serio il mio consiglio di rendere utile e gratificante la sua permanenza nel nostro villaggio. Dopo la nostra conversazione il suo sguardo aveva perso la vacuità ed il disinteresse che era andato acquisendo ed era tornato limpido, acuto, penetrante. Il motivo era quantomai evidente: aveva cominciato a lavorare come guaritrice. Inizialmente aveva curato gli schiavi, i quali peraltro si rivolgevano a lei non solo per i piccoli disturbi o incidenti della vita quotidiana, ma anche per avere consigli su faccende che riguardvano l'organizzazione del lavoro e la suddivisione dei compiti. Ah, come mi secca aver sempre ragione! Era incredibilmente indaffarata, e non appena si diffuse la voce delle sue abilità, cominciarono ad arrivare pazienti da tutto il villaggio. Per la maggior parte le sue cure erano dedicate a riparare le piccole abrasioni che i bambini si procuravano giocando, a calmare accessi di tosse, a curare tagli e bernoccoli di vario genere che gli uomini rimediavano nello svolgimento delle proprie mansioni abuituali. Da quando avevamo cominciato a maneggiare il legno per la palizzata, inoltre, c'era stato un notevole incremento di incidenti dovuti a schegge conficcate nelle mani e nelle gambe, ed in un caso in persino un occhio, il che aveva richiesto un intervento piuttosto delicato da parte di Alyssa che aveva estratto la scheggia con estrema cautela utilizzando delle pinzette metalliche, e aveva poi pulito accuratamente e bendato l'occhio ferito. Non era ancora chiaro se la vista si sarebbe mantenuta, ma mi sembrava già un gran risultato che Bjorn non avesse avuto la febbre dopo l'incidente e che la sua faccia non si fosse arrossata e gonfiata in seguito all'infezione. Avevo notato il particolare strumento col quale era stata estratta la scheggia e mi riproponevo di domandare ad Alyssa dove l'avesse preso.


Bjorn era stato il primo a passare la notte all'accampamento degli schiavi come paziente.
Alyssa aveva allestito una branda appena fuori dal capanno, e aveva posto accanto ad essa una quantità di acqua tiepida, alcune erbe, ed aveva acceso un piccolo fuoco,  delimitato da alcune pietre poste in circolo. Aveva portato fuori alcune pelli del suo giaciglio e si era accoccolata acanto al malato dormiente, per poterlo sorvegliare in caso si fosse alzata la febbre nella notte. Mi ero accostato a lei poco dopo il sorgere della luna, con la scusa di chiedere notizie del mio amico, sperando di poterle parlare con calma e senza troppa gente intorno.
Mi sedetti accanto a lei un po' discosto dalle pelli, con il viso verso il fuoco. Il calore mi faceva bruciare leggermente gli occhi e mi arrossava la pelle, il che era un bene considerando lo scarso autocontrollo che dimostravo in sua presenza. Mi ero, mio malgrado, abbigliato con grande cura, indossando i miei vestiti migliori.  Lei aveva sciolto i capelli, mantenendo solo una piccola forcina all'estremità della testa che le raccoglieva i riccioli che altrimenti le sarebbeo caduti davanti agli occhi. Aveva l'aria stanca, bisogna ammetterlo, ma questo non diminuiva minimamente il suo fascino. Le mani si muovevano incessantemente, laboriose, e gli occhi illuminati dal falò sembrava emanassero piccoli bagliori screziati. Minuscole lentiggini erano comparse sul suo naso, effetto del sole degli ultimi giorni, e la sua pelle non era più così bianca come quando l'avevo conosciuta, ma aveva assunto un tono lievemente più ambrato che faceva risaltare ancora di più il colore straordinario dei suoi occhi. La posizione in cui era seduta, con un braccio appoggiato dietro la schiena per sostenersi e le gambe ripiegate sotto di se, faceva risaltare intollerabilmente le sue forme, che sembravano danzare per effetto del tremolio delle ombre causato dal fuoco. Nel complesso, era di una bellezza che doleva agli occhi.
- Bjorn sta abastanza bene - aveva risposto alla mia domanda - e se è venuto qui subito dopo l'incidente non dovrebbero esserci problemi, perchè ho pulito la ferita a fondo. Invece se ha atteso, è possibile che alcune schegge molto piccole siano penetrate fino a dove non posso ne vederle ne togliere ed in quel caso avrà una grave infezione e sarà fortunato se perderà soltanto l'occhio. Questi - aveva indicato due mazzetti essiccati accanto al fuoco - servono per la febbre. Ma spero di non doverli usare.
Mi colpì la sua sicurezza e competenza, ed era chiaro che quel lavoro la rendeva felice. La sua espressione faceva chiaramente intendere che si trovasse nel suo elemento naturale, come me quando intagliavo il legno. Decisi quindi di continuare su quella strada.
- Ho notato che hai usato una strana minuscola pinza per estrarre la scheggia. Dove l'hai presa?
- Me la sono fatta fare da Fiodr, il fabbro. Gli ho spiegato cosa volevo e lui me l'ha fatta. Ho curato suo figlio per la tosse la scorsa settimana, sai, quindi non è stato difficile convincerlo, anche se ho fatto molta fatica a spiegargli esattamente che tipo di utensile gli stavo chiedendo. Con tutte le schegge che vi prendete, voi boscaioli - mi guardò da sotto con un evidente sorriso negli occchi - avevo bisogno di uno strumento per riuscire a togliere anche le più piccole. Vorrei avere qui la mia cassetta di attrezzi! E' tutto molto più semplice quando puoi contare sugli strumenti adatti.  - sospirò - Spero solo che Elvind ne sappia fare buon uso - aggiunse leggermente accigliata.
Una cassetta piena di strumenti da guaritore? Non avevo mai sentito nulla di simile, ma questo mi diede un'idea.
- Anche la mancanza di erbe mi preoccupa molto - continuò - Questo villaggio non ha mai avuto un guaritore? Come fate d'inverno, senza tisane e cataplasmi? Come curate i vermi, il catarro, le febbri, le intossicazioni? Non ho trovato nessuno, nemmeno una donna, che avesse una scorta anche minima di erbe curative!
Un'altra idea. Di bene in meglio.
- Siete un popolo barbaro ed incivile, caro il mio Erik - esclamò con convinzione - cosa fate quando vi ferite ad una gamba o a un braccio? Vi affidate ad un guerriero perchè ve la tagli con una scure rovente?
Curiosamente non era andata lontana dalla verità.
Sorrisi della sua veemenza e stavo per risponderle con altrettanta vivacità, quando Bjorn si lamentò nel sonno. Alyssa gli fu subito accanto, una mano sulla fronte e una sul petto per verificare la temperatura ed il battito del cuore. Si rilassò immediatamente.
- Tutto a posto - mi disse - la sua pelle è fresca e umida, ed il suo cuore lento e regolre - lo guardò come una madre potrebbe guardare il suo bambino mentre dorme - è un uomo forte e vigoroso. Ho fiducia che guarirà presto e completamente.


Parlammmo ancora qualche minuto di cose di poca importanza, e mi congedai poco dopo.
Lei mi salutò poggiandomi distrattamente una mano sul braccio e ringraziandomi per averle fatto compagnia mentre vegliava il malato, cosa che mi fece assurdamente piacere. Me ne andai provando un senso di benessere e un fremito di anticipazione nelle ossa. Stavo facendo progressi, ora sapevo cosa le piaceva, cosa la rendeva felice, e in cosa era davvero brava. Cominciavo a conoscere il terreno.


Sulla via per casa mia feci una deviazione per la dimora di Fiodr. Era piuttosto tardi ma contavo di trovarlo ancora sveglio. Bussai vigorosamente.
Fiodr aprì con un'aria trafelata e sorpresa.
- Erik, mio buon amico, cosa ti porta sulla mia soglia ad un'ora così tarda? E' accaduto qualcosa? Ti occorre una nuova spada? - il suo tono era preoccupato, più che seccato per l'ora. Dall'interno filtrava la luce di una candela e potevo vedere le pellicce arruffate e la sua donna, seminuda, che guardava accigliata verso di noi. A quanto pare ero arrivato in un momento poco opportuno.
- Buonasera Fiodr, perdonami l'interruzione - ammiccai -  no, non sono qui per una spada. Ho bisogno che tu mi faccia un favore. Domani vorrei che ti recassi al capanno degli schiavi e parlassi con la mia schiava, Alyssa - sottolineai di proposito che era mia - Vorrei che le chiedessi quali attrezzi le occorrono per il suo lavoro di guaritrice, e che glie li fabbricassi il più rapidamente possibile.
Se la sua espressione era sorpresa prima, ora il suo viso era chiaramente sconvolto.
- Stai scherzando, spero. E perchè mai dovrei lavorare per una schiava?
- Perchè le occorrono gli strumenti, Fiodr. E perchè io ti pagherò per questo.
Sentendo parlare di pagamento, si ammorbidì... un pochino
- Quella donna è una spina nel fianco Erik! Per quelle pinzette che le ho fatto mi ha dato il tormento per ore, non andavano mai bene, erano troppo grosse o troppo a punta o chissà che altro...
Sorrisi immaginando esattamente la scena di Alyssa che perseguitava il povero Fiodr e me ne andai divertito, aggiungendo solo "Domani amico mio, ti ringrazio" e udendo la porta che veniva platealmente sbattuta alle mie spalle.



lunedì 26 settembre 2016

SE IL NOSTRO MATRIMONIO FOSSE UNA PERSONA....

...  da oggi sarebbe responsabile delle proprie azioni.

Potrebbe votare, guidare, acquistare alcolici.

Potrebbe affittare un appartamento, lavorare senza il consenso di un tutore, sposarsi (!) e compiere il servizio militare.

Eh, si, crescono così in fretta.... oggi il nostro matrimonio diventa maggiorenne.






Buon Diciottesimo!







venerdì 23 settembre 2016

DIALOGHI IMMAGINARI - GENTE DEL NORD (QUATTRO)

Nei giorni seguenti devo ammettere che le cose non migliorarono. Io continuavo ad essere ossessionato da Alyssa, lei continuava a guardarmi come se non desiderasse altro che vedermi appeso per i piedi, scorticato e immerso nel sale. Ad onor del vero, guardava tutti in quel modo, non soltanto me, da quel punto di vista non ero un privilegiato. Faceva quanto le veniva richiesto chiusa in un ostinato mutismo, teneva un comportamento sorprendentemente ineccepibile, viste le sue attitudini, ma nel complesso sembrava una specie di fantoccio da cui fosse stato risucchiato lo spirito. Si muoveva, mangiava, lavorava, ma non sembrava essere davvero presente. Dopo alcune settimane, il suo sguardo così penetrante e bellicoso, stava lentamente lasciando il posto a una espressione disinteressata, distante, rassegnata, che mi faceva sentire come se una grossa mano di metallo mi stringesse violentemente lo stomaco. Si rianimava soltanto quando discorreva con Viki. Forse erano sorelle, che stupido: non mi era mai venuto in mente di chiederglielo.
Viki al contrario sembrava aver superato il trauma della prigionia ed era diventata una ragazza socievole ed estremamente benvoluta. Aveva cominciato col pettinare le bambine del villaggio, ma ben presto la sua maestria era stata di dominio pubblico, ed ormai non era raro che anche le donne adulte la mandassero a chiamare per una acconciatura particolare. Io non usufruivo quasi mai del suo lavoro, tranne quando le chiedevo di lavare i miei vestiti, ed ero ben contento che avesse trovato una occupazione che le piacesse. Spesso mi salutava con entusiasmo quando passavo vicino alla casa degli schiavi, sorridendo, ed avevo visto Alyssa guardarla con disapprovazione in queste circostanze.


La costruzione della palizzata era cominciata, gli uomini al mio comando lavoravano pesantemente e senza sosta, ed io con loro. Avevamo abbattuto diversi tronchi della giusta dimensione, e ora una parte di noi era impegnata ad appuntirli mentre un'altra parte scavava un fossato attorno al villaggio, dove interrarli perchè stessero dritti e minacciosi in direzione del nemico in arrivo.
Dal canto mio, dopo aver abbattuto alberi e scavato fossati per tutta la giornata, la sera riuscivo anche a trovare il tempo di prendere in mano il mio coltello da intaglio. Fino a quando la temperatura fosse stata mite, avrei intagliato all'aperto, seduto davanti alla mia casa oppure sulla riva del fiume. C'era luce fino a tardi, in quel periodo dell'anno. La mia mente si stava acquietando, via via che la mia mano prendeva di nuovo confidenza con le venature e coi nodi del legno, e sebbene stessimo costruendo palizzate difensive, la guerra sembrava lontana, come appartenente ad un'altra vita. Avevo pensato di intagliare un fregio, da mettere sopra il portone che avrebbe sigillato le nostre nuove difese. Qualcosa di eroico, come il Padre Odino con la sua spada sguainata o Thor che scatena il fulmine? O di terrificante come Miðgarðsormr figlio di Loki?


Nel quartiere degli schiavi c'era sempre un gran viavai di persone, anche di sera. Lo avevo notato spesso, stando sulla riva del fiume. Non era raro che alle schiave più avvenenti venissero richieste prestazioni sessuali, alle quali molto spesso non potevano sottrarsi. La maggior parte degli uomini approfittava volentieri dell'occasione di avere gratuitamente quello per cui normalmente avrebbero dovuto pagare al locale bordello, e soprassedevano generosamente sul fatto che la donna che portavano a letto non fosse una professionista del mestiere. Avevo visto Gunther e quasi tutti i guerrieri invitarne una, o a volte più di una, nel proprio capanno, anche se forse invitare non è il termine più adatto. Persino Floki ogni tanto aveva frequentato qualche schiava, e mi divertiva constatare come le sue preferenze andassero non ai giovani fiori dalla pelle immaccolata, ma piuttosto alle corpulente matrone dotate di forme prosperose. Forse i gusti cambiano con l'età, pensavo divertito. Io ero tra i pochissimi uomini, e l'unico guerriero, a non aver mai utilizzato tale possibilità, che trovavo in cuor mio assai poco onorevole. Una prostituta sceglie la sua professione, che è onorata ed onorevole presso la mia gente,  e ha sempre la possiblità di rifiutare un cliente, se questo si presenta ubriaco o si mostra violento. Possiede di solito almeno un coltello, che nasconde di norma sotto il corpetto, e non si fa scrupolo di usarlo, all'occorrenza. Una schiava invece non ha nessuna scelta, è costretta ad accettare qualunque tipo di approccio. Non era raro vederne qualcuna ritornare con un occhio nero o qualche livido addosso, la mattina. Inoltre, dovendo semplicemente sfogare una necessità fisica, preferivo di gran lunga pagare per il servizio che richiedevo perchè non ci fossero equivoci, o fraintendimenti sulle mie intenzioni. Si trattava di una semplice trnsazione di affari, l'acquisto di un bene che mi occorreva da qualcuno che ne possedeva in abbondanza, allo stesso modo in cui avrei acquistato delle mele al mercato. Non era considerato svilente per le nostre donne dedicarsi alla prostituzione, perchè una prostituta provvede al benessere comune non meno di un cuoco, o di un cacciatore, assicurando in tempo di pace la tranquillità degli uomini, anche dei più turbolenti. Avevo conosciuto popoli, oltre il mare, presso i quali invece le prostitute erano reiette, svilite e immorali. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare nessuna ragione per la quale una cosa tanto piacevole ed utile potesse essere immorale, e davo la colpa all'inciviltà di quelle genti arretrate che adoravano un solo Dio.
Al contrario delle professioniste, alcune schiave, specialmente le più giovani e belle, si illudevano di innalzare la propria condizione se non sposando, almeno diventando ufficialmente le amanti di qualche uomo ricco, e si concedevano inizialmente con entusiasmo e voluttà. Le loro illusioni venivano però ben presto spezzate: un nemico catturato non è una persona onorevole con cui mischiare il proprio seme, e una schiava, per quanto bella e disponibile, appartiene pur sempre a questa categoria. A parte il rischio di generare una discendenza indebolita, il problema principale era naturalmente il sangue: era poco probabile che prevalesse quello della madre, ma se fosse successo il figlio sarebbe cresciuto come un nemico e si sarebbe rivoltato contro il padre non appena avesse avuto l'età di impugnare una spada. Non potevamo rischiare di allevare serpi nel cuore della nostra nazione. E così, poco alla volta lo sguardo di quelle schiave assumeva quella sfumatura devastata e assente che caratterizza le donne stuprate.
Se potevo tollerare a malapena la rassegnazione di Alyssa, ero certo che non avrei potuto sopportare questo nei suoi occhi.


Dopo circa un mese e mezzo dal nostro rientro una sera mi stavo recando come al solito a intagliare il mio fregio in riva al fiume. Ero passato, senza guardarmi troppo in giro, accanto alla dimora degli schiavi ed avevo raggiunto il mio posto abituale, una grossa pietra levigata doveva essere stata conficcata nella terra da Mjöllnir stesso, a giudicare dalla fatica che avevo fatto per spostarlo nella posizione che preferivo. Mentre mi avvicinavo, notai Alyssa che passeggiava nei pressi. Mi bloccai per un attimo incerto se proseguire ma poi scrollai risolutamente le spalle. Cosa stavo facendo, lasciando che una schiava mi distogliesse dalle mie abitudini e dal mio lavoro? Nelle settimane precedenti ero riuscito con successo a liberarmi da parte della fascnazione per lei, mantenendo soltanto quello che speravo fosse un generico interesse per il benessere della mia proprietà, ma bisogna dire che mi ero tenuto alla larga dal quartiere dei servi e non l'avevo quasi vista. Trovarmela inaspettatamente davanti, del tutto impreparato alla sua apparizione, mi lasciava sgomento come non avrei immaginato. Alla stregua di un ubriacone che dopo giorni di astinenza si trovasse improvvisamente davanti a un boccale della miglior birra scura, mi tremavano le mani e mi si seccava la bocca. Tuttavia procedetti, perchè per nulla al mondo mi sarei lasciato governare da una donna. Con passi lunghi e rumorosi sui ciottoli di fiume, raggiunsi la mia meta e mi sedetti, senza guardarla direttametne, cominciando immediatamente il mio lavoro di coltello.

Dopo pochi istanti mi si avvicinò. La vidi, con la coda dell'occhio, fermarsi a pochi passi dalla pietra e guardarmi con aria interrogativa, attendendo che io mi accorgessi di lei, ma non le diedi la soddisfazione di alzare lo sguardo. Dopo un attimo si sedette, anche senza il mio permesso.
- E  così... Urlo di Thor, eh? - esordì. - Che appellativo interessante. Da cosa deriva?
Terminai l'intaglio che stavo eseguendo poi la guardai.
- Perchè vuoi saperlo? - chiesi duro.
- Oh... - interloquì spiazzata - non saprei. Era solo per fare conversazione.
Fare conversazione. Così, ora voleva fare conversazione. Ebbi un fremito ma non potrei dire con certezza se fosse rabbia, o eccitazione. Probabilmente una mescolanza di entrambi. Vorrei poter dire che riportai la mia attenzione sul mio lavoro senza degnarla di ulteriore attenzione ma la verità è che ero estremamente consapevole della sua vicinanza e mi formicolava la pelle dal desiderio di toccarla. Maledetta lei, e maledetto anche io, omuncolo debole e volubile!
- Sono l' Urlo di Thor perchè chiamo la carica quando entriamo in battaglia - risposi - e anche perchè...  - esitai
- Perchè... ? - mi incoraggiò
Era saggio raccontarle fatti privati della mia vita, al primo accenno di cortesia da parte sua? Probabilmente no. Tuttavia non potei impedirmi di proseguire.
- C'è una storia che mi riguarda, che risale a molti anni fa. Durante una battaglia, per una stupida leggerezza, persi indecorosamente la mia spada. Ero giovane, inesperto e molto arrogante. Mi trovai disarmato in mezzo alla mischia, e stavo per essere soprafatto e ucciso senza un'arma in pugno, con disonore, quando mi accorsi che c'ra una grossa mazza ai miei piedi, e la raccolsi. Cominciai a mulinarla attorno a me, ululando come il vento del nord, e per un momento tutti si bloccarono a guardarmi, esterrefatti. Approfittai di quell'attimo di confusione per sfondare il cranio del nemico più vicino a me, e mi salvai la vita. L'indovino disse che ero un favorito di Thor, che era stato lui a farmi trovare il martello perchè non morissi disarmato ricoprendomi di vergogna. Disse che era stata l'intercessione di mio padre. Così da allora, porto sempre quel martello con me in battaglia.
- Oh, quindi tuo padre è nel Valhalla?
- Si, da molti anni.
Fece un minuscolo, ma ben distinguibile, sorriso di comprensione, e proseguì.
- Tra molte genti, chiamare la carica in battaglia è segno di grande distinzione.
- Si, anche tra la mia.
- Quindi sei un guerriero valoroso?
- Valoroso? - ero incerto su cosa dirle. L'accenno al cranio spappolato con la mazza le aveva strappato una smorfia di disgusto, capivo che come guaritrice il suo compito fosse tenere dentro i corpi quel sangue che io come guerriero cercavo invece di far uscire. Cosa potevo dirle? Cosa poteva considerare valore una donna strappata alla sua casa e ai suoi affetti per essere condotta in un paese straniero in schiavitù? E perchè, in nome di Odino, mi interessava tanto dirle qualcosa che mi facesse apparire migliore ai suoi occhi?
- Credo che la mia gente mi consideri valoroso - dissi infine cauto. - Il mio popolo onora la saggezza ed il coraggio, in questo ordine,  ed io vengo subito dopo Floki nella gerarchia della guerra. Floki è il guerriero più anziano che si ricordi, credo che abbia visto oltre 60 primavere.
- La sua esperienza deve essere vasta come quella di Odino... - interloquì Alyssa in tono canzonatorio
- Perchè dici questo? Ha combattuto centinaia di battaglie ed è sempre tornato illeso, o quasi. E' intelligente e capace, ha coraggio e non mostra paura o incertezza. Ha riportato a casa molti guerrieri più giovani di lui, che hanno potuto riabbracciare i loro affetti solo perchè lui li ha difesi. Io stesso sarei morto una dozzina di volte se non fosse stato per lui. Non dovresti giudicare tanto in fretta Alyssa.
Mi ero infervorato parlando di Floki, perchè nutrivo per lui un rispetto inferiore solo a quello che avevo per mio padre. Lei accusò il colpo della mia accusa finale e mi guardò, mi parve, con un certo interesse.
- Quindi è questo che tu giudichi valore? Uccidere molti nemici? Sfondare teste con la mazza?
Non mi aspettavo questa domanda, o meglio: non mi aspettavo che proseguisse a domandarmi cose di me che consideravo piuttosto intime. Ne ero in parte lieto, ma mi trovavo davanti a un bivio. Dovevo risponderle quello che si aspettava di sentire, quello che tutti si sarebbero aspettati di sentire da me? Che la guerra era il più alto onore, che sarei morto con la spada in pugno e avrei banchettato con gli Dei? O dovevo dirle quello che pensavo realmente? Cosa avrebbe pensato mio padre, se avessi dato voce ai miei veri pensieri? Lo avrei disonorato? Lo avrebbero deriso, là nella sala dei banchetti del Valhalla, per aver generato un figlio indegno e debole? Ma dopotutto lui era morto, no? Probabilmente poteva vedere dentro il mio cuore, e lo sapeva già. Avrei fatto qualunque cosa per non deludere mio padre, vivo o morto che fosse, ma li, seduto su quella pietra, con gli occhi penetranti di Alyssa addosso, per la prima volta desiderai poter essre realmente e completamente sincero con un altro essere umano.
- Non è così semplice - risposi. - Io sono nato in una nazione in guerra e non c'è mai stata la pace, da quando ho memoria. Tutta la nostra vita gira intorno alla necessità di combattere. Se i guerrieri non combattessero, gli altri, gli artigiani, i contadini, le madri coi loro figli piccoli... tutti loro morirebbero. Il mio popolo esiste grazie ai guerrieri che lo difendono. E far parte dei difensori, si, lo considero un grande onore. E sono grato al Padre Odino e a Suo figlio Thor che mi abbiano concesso la capacità di svolgere questo compito con coraggio in ogni circostanza. Combattere è il mio dovere, e continuerò a farlo. Tuttavia.... - esitai cercando le parole - tuttavia, molti di noi provano una sorta di esaltazione per il sangue e la battaglia, si sentono completi e degni solo stroncando quante più vite possono. Sono nemici, questo pensano, le loro vite non valgono quanto le nostre. Io non sono tra questi. Io uccido per necessità, non per piacere. E lo evito, se posso. Io mi sento completo così - allungai le mani dove tenevo legno e coltellino - creando qualcosa di bello con le mie mani. Sentendo il legno che prende vita sotto le mie dita, vedendolo cambiare, modellarsi sotto il mio tocco, assumere una forma che non è mai esattamente quella che ho in mente, perchè il legno ha una sua vita, una sua volontà, e decide cosa diventare tanto quanto lo decido io. E' un dialogo - dissi sorridendo, ormai immerso nella tranquillità che l'intaglio mi trasmetteva - un dialogo tra me e il legno.
- E tuttavia - intervenne - stai costruendo armi. Pali appuntiti che si conficcheranno nel petto di qualcuno.
- Non sono armi e il loro scopo non è uccidere. Al contrario. Spero di riuscire a renderle talmente terrificanti - sorrisi di nuovo guardando il fregio che stavo intagliando - da indurre qualunque nemico a tenersene alla larga. Più timore riuscirò ad incutere, meno probabile sarà un attacco. E se nessuno ci attaccherà, nessuno morirà, no?
Mi guardò esterrefatta.
- Davvero è questo lo scopo? - chiese
- No. Non quello del Re. Però è il mio scopo. E' quanto posso fare per cercare di porare la pace ad un popolo di gurerrieri.


Restammo qualche minuto in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri.
Aver dicharato apertamente quello che realmente desideravo mi dava una sensazione di pace che non avevo mai provato. Mi sentivo leggero e sereno, come se da un momento all'altro avessi dovuto librarmi nel cielo con l'aquila e sorvolare il mondo libero da preoccupazioni e doveri. Era una sensazione magnifica, e me la godetti fino in fondo, prima di ricominciare a parlare con Alyssa. Il fatto che stesse seduta accanto a me da ormai divrerso tempo senza aver dato segno di desiderare staccarmi un orecchio a morsi mi pareva un segnale molto incoraggiante, e non volevo sprecare l'occasione di conoscerla un po' meglio.
- E tu? - chiesi quindi - C'è qualcuno che... che prega per il tuo ritorno, a Lokturn?
Alyssa scosse la testa.
- No. Io non sono di Lokturn. Nella mia famiglia siamo guaritori itineranti, ci spostiamo col nostro carro da un villaggio all'altro e prestiamo il nostro aiuto a chi ne ha bisogno, in cambio di cibo e riparo. Ci fermiamo a lungo in un luogo soltanto se il clima ci impedisce di viaggiare. Quando siete arrivati, eravamo a Lokturn da pochi giorni.
- I tuoi famigliari non sono stati catturati - notai - pensi che verranno a cercare di riscattarti? - persino io sentii una punta di apprensione nella mia voce, sperai che lei non lo avesse notata.
Con mia sorpresa, Alyssa si lasciò andare ad una risata amara
- Mio padre lo avrebbe fatto. Avrebbe dato qualunque cosa per riavermi con se. Ma mio padre è morto, due inverni fa, contagiato da una febbre maligna che stavamo cercando di curare in alcuni contadini, a circa 10 giorni di cammino da qui. Ora il capofamiglia è mio fratello. Il mio fratellastro, dovrei dire. Se lo conosco appena un po', avrà girato il carro nella direzione opposta a quella presa da noi, e a quest'ora starà ancora correndo il più velocemente possibile.
- E' saggio mettere distanza tra la propria famiglia e il pericolo - osservai cautamente
- Di certo è quello che starà dicendo a se stesso - rispose lei tagliente - ma la verità è che non siamo mai andati daccordo, e non mi ha mai considerata davvero sua sorella. Mia madre era la seconda moglie, la prima moglie di mio padre è morta di parto. Eivind ha imposto la sua guida alla famiglia per il fatto di essere maschio, ma tutti sapevano che mio padre aveva scelto me come suo successore. Sono una guaritrice migliore di lui, di Eivind voglio dire, non di mio padre,  e onestamente sono dotata di maggior buon senso. Ma nessuno ha avuto la forza di opporsi quando ha preso il comando. Ne mia madre, ne mio zio. Le mie sorelle sono troppo piccole. Solo io ho cercato di tenergli testa, e fare la volontà di mio padre. Tra noi erano scontri continui. Quando mi avete presa, posso solo immaginare che abbia colto l'occasione di liberarsi di me senza doversi macchiare dell'omicidio di un parente. Sono certa che prima o poi avrebbe cercato di uccidermi nel sonno.


Le sue parole mi dispiacquero molto, io ero cresciuto con genitori amorevoli e non avevo mai avuto contrasti coi miei fratelli, fatta eccezione per quei banali litigi così comuni tra ragazzi. Essi avevano accettato la mia guida, in quanto maschio più anziano rimasto era l'ordine naturale delle cose, ma io non avevo mai cercato di sostituirmi a mio padre, ne tantomeno avevo pensato di comandare mia madre. Linn era una donna fiera ed indipendente, lo era sempre stata, anche quando mio padre era in vita. Aveva combattuto con lui prima che io nascessi e sapevo che mio padre teneva nella massima considerazione la sua saggezza ed il suo consiglio, ed io facevo lo stesso. Senza contare che se avessi cercato di fare l'arrogante, mi avrebbe preso a bastonate sulla schiena fino a spezzarmela! Capii dal suo racconto perchè Alyssa fosse rimasta così impressionata quando le avevo detto che aveva le caratteristiche di un capo: avrebbe dovuto esserlo, ma non le era stato consentito. Poteva forse essere questa la chiave che l'avrebbe portata ad accettare la sua nuova situazione? Dopotutto il mio popolo non disprezza le donne forti.
- Mi dispiace, Alyssa, non deve essere stato facile - dissi sincero. - Tuttavia non puoi non aver considerato che se lui si è liberato di te, anche tu sei libera, ora.
Pessima scelta di parole. Alyssa inarcò un sopracciglio.
- Libera, Urlo di Thor? Ah si? Sono libera? - il suo tono si fece più alto
- No... Si... No.  Quello che intendo è che non sei libera di andartene, ma qui puoi essere quello che realmente sei. 
- Ma davvero! - si stava rapidamente arrabbiando - E come posso essere ciò che sono con le gambe sempre trattenute da lacci che non mi permettono di correre? Una serva, ecco quello che posso essere qui. Niente altro. Una donna privata della sua volontà e dignità, a disposizione di chi la cerca, senza alcuna possibilità di scegliere. Ecco quello che sono, per la tua gente. Posso fare qualcosa per te, padrone? Scopo della mia vita è servirti - disse tagliente.
- Tu non sei questo per me - dissi a voce molto bassa - Hai detto che non mi appartieni, e io ti ho risposto che è vero. Non ho alcun interesse a costringerti a essere mia nè a possederti contro la tua volontà - mi domandai se coglieva il doppio significato di quanto le stavo dicendo - Tuttavia è vero: sei una prigioniera ed è qui che devi stare. Ci sono regole che devi rispettare, i lacci alle caviglie ne fanno parte. Ma credo che  tu abbia la possibilità di rendere la tua vita con noi molto utile, e forse persino gratificante. Credo davvero che dovresti trovare dentro di te l'umiltà e la serenità per farlo.


Così dicendo, saltai giù dalla roccia agilmente e infilai il coltellino nella tasca dei pantaloni. Mi voltai solo per farle un cenno di saluto con la testa e mi incamminai verso casa mia, esultante per il tempo trascorso con lei e scosso per il suo brusco interrompersi. Dopo un attimo mi raggiunse e mi toccò una spalla.
- Tu sei diverso dagli altri uomini - disse - ti devo delle scuse, Erik l'intagliatore. Ti ho giudicato male.

giovedì 22 settembre 2016

BRANGELINA

No, ma seriamente, il mio primo pensiero è stato: "basta, è finita: se non ce l'hanno fatta loro, non c'è speranza per nessuno"


Davvero, ma come? I perfetti innamorati, i genitori da Oscar, la coppia più bella del mondo... ma com'è possibile?

Chiaro: le coppie ricche e famose raramente sono come appaiono e naturalmente nessuno si sognerebbe di prenderle ad esempio. Ci sono tuttavia alcune eccezioni nell'immaginario collettivo... che so, Grace Kelly e il Principe Ranieri? Dai, chi a suo tempo non ha sognato con questa bella favola? Paul Newman e Joanne Woodward... Sposati dal 1958, mai un gossip. Paul Newman, che voglio dire, Paul Newman... uno degli uomini più belli e corteggiati di tutti i tempi..... in una intervista dichiarò: perché dovrei andare fuori a mangiare un hamburger quando ho una bistecca al sangue a casa? E non è che non ci saranno stati hamburger che gli giravano attorno invitanti....
Sarà per via che erano "altri tempi"? O solo perché Paul era un gentiluomo come si deve?

Ecco, Brad e Angelina facevano parte di questa categoria, o almeno così ci hanno lasciato credere.
E invece no! Ciccia.


Ora partirà tutta la campagna mediatica sul perché e il percome, su chi baderà a tutta quella figliolanza, ci faranno sapere con dovizia di dettagli esattamente quando Brad potrà passare a prendere i suoi figli per il week end, su quale cifra passerà all'ex moglie per il mantenimento, ed esattamente dopo quanti mesi, giorni, minuti e secondi ognuno dei due si consolerà tra le braccia di qualche altro attore o attrice, possibilmente molto figo (anche se trovarlo meglio Angelina farà un po' fatica) distruggendo pezzo per pezzo questa coppia che magari definire iconica è troppo, ma che è stata comunque una bella coppia fatta di persone vere, non solo di attori famosi, che si sono amati, hanno costruito qualcosa che poi è inesorabilmente crollato.


Persone che, nonostante tutti i loro soldi e le loro ville e il lavoro più bello del mondo, soffriranno il distacco, il fallimento, saranno preoccupati per il benesseri dei figli, passeranno tutte le fasi della separazione, inclusa quella in cui desidereranno passarsi reciprocamente sopra con uno schiacciasassi, ma non lo faranno per il bene dei bambini. Piangeranno in tribunale, saranno in ansia quando dovranno rivedersi per ragioni ufficiali, cercheranno di mostrarsi sereni davanti all'altro, persino brillanti, anche se magari dentro hanno un buco nero che li inghiotte.
Si pentiranno mille volte e mille altre penseranno che il divorzio era l'unica soluzione. Saranno incerti e tristi e depressi e insicuri. Come tutti.


Speriamo che la macchina mediatica - o l'entourage stesso dei due - non cerchi di sfruttare questa occasione biecamente per pubblicità o visibilità, e che li lascino in pace a superare questa crisi.



mercoledì 21 settembre 2016

DI KOMBAT (aiuto vi prego. aiuto)


Mah, se dovessi dire di averci capito qualcosa, mentirei.
Come al solito.


Dunque il Ric ha iniziato la terza liceo
Non mi pare che abbia iniziato di rincorsa, se devo essere sincera.
Lo tengo molto sotto, e attualmente siamo nella fase che si litiga praticamente tutti i giorni perché io lo controllo e lui vuol essere lasciato in pace. Vedremo.


A giugno si parlava della possibilità - piuttosto scomoda logisticamente - di abbandonare la pratica del judo e frequentare invece una palestra di acrobatica affiancandola al suo corso di Arti Circensi. Si tratta di una bellissima palestra, molto attrezzata, per l'acrobatica, il parkour e tutte quelle discipline lì. A me spiace che lasci il judo,  ma dopotutto sono 10 anni. E sarei molto lieta che approfondisse l'acrobatica.


Ad agosto ha iniziato a dire che forse si è stufato anche di Circo (anche li, sono 8 anni) e invece la sua nuova totalizzzzzzima passione è MMA. E sticazzi. Voi lo sapete cos'è, MMA?
Ecco vi metto una foto giusto per farvi capire




Lo vedete il sangue, si?

MMA è l'acronimo di Mixed Martial Arts, ma non fatevi ingannare: non è un'arte marziale. Si tratta di kombat puro e semplice, e se per la lotta a terra si avvale di praticamente tutte tecniche di judo, nella fase in piedi del combattimento c'è box, muay thai, kiarate ecc.... praticmente si prendono a calci e pugni. Dentro una gabbia.


Sono molto felice, lo vedete come ballo sul tavolo??
Lieta proprio.


Palestre di MMA vicino casa ce ne sono un paio, una in particolare frequentabile.
Gli ho fatto presente che non sono d'accordo ma gli ho detto che lo avrei portato alla lezione di prova.
Previa soddisfazione (mia) del suo impegno scolastico.
Che per il momento ancora non c'è, quindi stiamo procrastinando.


Il discorso è che in una conversazione sull'argomento avuta un paio di giorni fa il Ric ha dichiarato palesemente che al momento MMA "è praticamene l'unica cosa che gli interessa".
Uhm. Fino a 20 gg fa era la morosa.


Domande
1) vorrà dire che il rientro di lei dopotutto non è andato bene come si pensava inizialmente?
2) essendo questa la sua (attuale) unica passione, è giusto - o è proficuo - che io gli impedisca di svilupparla sulla base dei risultati scolastici?


Io sono piuttosto convinta che gli faccia solo bene "guadagnarsi" la possibilità di andare ad allenarsi, perché penso che la parte di "mi impegno - ottengo" gli manchi un po'. Un BEL po'.
E poi sono convinta che una cosa ti appassiona di più, se fai un minimo di fatica ad ottenerla.
D'altra parte, conoscendo il mio pollo, non vorrei nemmeno che non riuscendo a ottenere quel che vuole in fretta (io sto facendo abbastanza la cagacazzi, se mi passate il francese), sprofondasse in una sorta di allegra apatia e cominciasse a sbattersene anche di quello.


Idee?



lunedì 19 settembre 2016

DIALOGHI IMMAGINARI - GENTE DEL NORD (TRE)

La mattina successiva ero estremamante più rilassato, avendo passato la prima metà della notte in compagnia di una puttana piuttosto capace e fantasiosa, e la seconda metà dormendo profondamente per la spossatezza, come non mi capitava dall'inizio della campagna militare.
Ero stato convocato dal re, insieme ad alcunui altri guerieri, per discutere della strategia del prossimo attacco, ma avevo fatto una colazione molto abbondante e mi sentivo pigro, soddisfatto e piacevolmente indolenzito. Passeggiavo senza meta, riappropriandomi dei profumi, dei volti, dei rumori del villaggio che, malgrado cercassi di mantenermi lontano dai sentimentalismi e dalle emozioni, mi erano mancati molto. Tutti mi guardavano, tutti sapevano chi ero, perchè le storie di guerra avevano già cominciato a circolare grazie al passaparola delle prostitute che avevano ascoltato i racconti dei miei compagni d'armi tra un amplesso e l'altro la notte precedente, per poi divulgarle con chiunque avesse voglia di ascoltare. Ovvero, praticamente tutta la popolazione.

Avvicinandomi alla sala dei banchetti, vidi tre soldati che scortavano qualcuno che scalciava e si dimenava fuori dal palazzo reale.  Non ci misi molto per rendermi conto che si trattava di Alyssa, ancora vestita come la sera precedente ma considerevolmente più lacera e sporca. La ragazza si stava contorcendo come una vipera ed emetteva grida di indignazione di notevole intensità. Avrei giurato di averle visto dare anche qualche morso. Uno dei soldati alla fine le aveva messo una corda attorno al collo e la tirava come una giumenta recalcitrante alla cavezza. Il suo viso era parzialmente tumefatto ed aveva i capelli incrostati da quello che supposi dovesse essere un residuo di sangue, ma camminava con le sue gambe e non lo giudicai perciò un segno preoccupante. La gaurdavo a bocca spalancata, ancora una volta in preda allo stupore e all'ammirazione, quando lei mi vide e mi rivolse uno sguardo obliquo, soddisfatto e sornione, come quello di un gatto che se la svigna con un grosso topo tra le fauci. Essendo chiaramente stata picchiata in modo violento, mi pareva che dovesse essere più nella situazione del grosso topo che non in quella del gatto, e non riuscii a capire il suo compiacimento. Le guardie la trascinarono faticosamente lontano dalla strada, immaginai che la portassero verso la casa degli schiavi... ma c'era la possibilità che venisse legata al palo, visto il modo in cui si stava comportando, e magari frustata. Di nuovo la sua vista evocò nella mia mente l'immagine di Freya la magnifica, e di nuovo provai il contemporaneo impulso di unirmi ai soldati e darle una bella lezione.


Pochi minuti dopo, vedendo il Re, mi fu tutto chiaro. Sua Maestà sfoggiava cinque grossi sfregi sul viso, profondi ed arrossati, causati chiaramente dalle unghie di qualcuno che lo aveva aggredito volontariamente, ferendolo in maniera non grave ma senz'altro imbarazzante.
Capii, non senza meravigliarmi ulteriormente, che le botte erano state l'unica forma di violenza alla quale Alyssa si era piegata la sera prima: doveva aver resistito alle profferte del Re e combattuto ferocemente per restare inviolata, e a giudicare dal trattamento riservatole quella mattina, doveva anche avere avuto successo. Un piccolo nodo duro che non sapevo di avere si sciolse nel mio stomaco. Sollievo? Mi stupii: perchè mai avrei dovuto provare sollievo, o qualunque altra cosa, per quella furia scatenata?
Ma la vera domanda era perchè Alyssa fosse ancora viva. Se si era rivoltata contro il re e aveva rifiutato il suo letto, il re umiliato non avrebbe esitato a farla uccidere. Ma forse, poiché aveva dichiarato di essre una guaritrice, le sue conoscenze erano più preziose di quanto fosse grave il suo affronto. Doveva essere una guaritrice molto valida, ma mi domandavo come il re potesse esserne venuto a conoscenza la sera precedente, tanto da decidere di risparmiarle la vita dopo essere stato aggredito e respinto. Stavo ancora cercando di immaginare la scena nella mia mente, divertito, quando l'incontro ebbe ufficialmente inizio.


Eravamo seduti attorno a un grosso tavolo, il Re in posizione dominante. Le serve di palazzo, tra cui mia madre,  avevano portato numerosi boccali di birra e focacce, cosicchè quando venne il mio turno di parlare, la maggior parte dei miei interlocutori erano già quasi ubriachi. La vittoria inebria più della birra di malto, questo è certo, e noi eravamo ebbri di entrambe. La parte strategica della riunione fu abbastanza breve, fu deciso su mia proposta di non prepararci per un nuovo attacco ma di attendere che il nemico osasse presentarsi alle nostre porte. Avevamo riportato diverse schiaccianti vittorie nelle ultime tre o quattro stagioni, e contavo quindi in cuor mio che questo non avvenisse mai. Anelavo la pace e il mio coltello da intaglio, pur non potendo ammetterlo apertamente. Mi ero concentrato invece sulla pochezza, la debolezza e la stoltezza di Lokturn, che non valeva lo sforzo fatto per andare a razziare i suoi miseri villaggi. La realtà, in effetti, era ben diversa: si trattava un popolo colto e ben organizzato, che aveva delle tecniche di coltivazione che mi sarebbe piaciuto conoscere meglio, e, beh, le loro donne erano decisamente... di nuovo lei? oh basta! Mi distolsi repentinamente dal pensiero delle donne di Lokturn, o più precisamente di una particolare donna di Lokturn, e proseguii. Avremmo rafforzato le fortificazioni durante l'inverno fino a rendere Kilkie impenetrabile, nel remoto caso di un attacco. Alcuni dei guerrieri si sarebbero trasformati in boscaioli e falegnami, per la costruzione delle palizzate e il posizionamento di pali difensivi appuntiti, altri avrebbero fatto pratica con arco e frecce e sarebbero diventati sentinelle. Vista la mia attitudine a lavorare col legno, fui messo a capo dei primi.


Una volta prese tutte le decisioni, fu il momento di suddividere il bottino. Le ricchezze andavano per la maggior parte al Re, naturalmente, ma una parte veniva spartita equamente tra chi aveva preso parte alla battaglia. Scelsi per secondo, dopo Floki, che era il guerriero vivente più anziano. Questo  lasciò intendere che, dopo aver debitamente onorato l'esperienza e la saggezza, ero considerato il guerriero più valoroso. Gunther non lo apprezzò affatto, ci potete giurare. Presi un bracciale d'oro e pietre per mia madre, uno d'argento massiccio per mio fratello Lok e un piccolo pettine d'oro e osso per mio fratello Suri. Suri aveva recentemente incontrato la giovane figlia di un locandiere e se ne proclamava follemente innamorato. Lui sarebbe diventato un artigiano, un birraio magari? e non c'era alcna pressione perchè conducesse una vita solitaria, come era invece per i guerrieri. A nessun popolo piace creare vedove e orfani. Ero certo che gli avrebbe fatto piacere avere un bell'oggetto da regalare alla sua fanciulla. Per me scelsi invece una splendida spada dall'elsa riccamente decorata,  perfettamente bilanciata e con un peso che la rendeva utilizzabile sia come spadone a due mani sia in modo più agile, con una mano sola, a patto di avere una muscolatura adeguata. E io, decisamente, l'avevo.

La suddivisione degli schiavi invece era una pura formalità.
Gli schiavi vivevano tutti insieme, ed il loro lavoro era a disposizione di tutti. Fatta eccezione per gli schiavi di palazzo, chiunque ne avesse necessità poteva richiederne i servigi, ed utilizzarli a suo piacimento. Tuttavia per equità, venivano formalmente suddivisi. Seguendo quello che mi sforzai di considerare un impulso momentaneo, rivendicai per me la proprietà di Alyssa e quella di Viki, che immaginavo nessuno avrebbe richiesto data la sua giovane età e la gracilità del fisico. Misi ferocemente a tacere la voce nella mia testa che mi derideva per aver scelto Viki al solo scopo di
compiacere Alyssa. Quando la nominai attorno al tavolo udii più di un brusio, e vidi più di un ghigno. Ovviamente tutti pensarono che l'avessi scelta con l'intenzione di farmi scaldare il letto nel lungo inverno che ci attendeva, e il Re reduce da una esperienza fallimentare in tal senso, mi guardò con evidente divertimento.
- Tanti auguri, Erik, se speri di piegare quella puledra - mi disse toccandosi le ferite sul viso e scatenando l'ilartà generale. - Ci vorrebbe il padre Odino per sottometterla! Ti ritroverai con un morso nelle parti basse, dai retta a me!
Sorrisi partecipando allo scherzo generale, ma pensando in fondo in fondo che forse, un uomo più giovane e più possente del vecchio re avrebbe avuto maggior fortuna, pur non essendo Odino.


Passai il resto della giornata con poco da fare. Al rientro da una campagna militare ci veniva concesso sempre qualche giorno libero da incombenze o doveri, per riposare e rientrare nei ritmi di vita del villaggio. Avevo fatto visita a mia madre e ai miei fratelli per portar loro i doni che avevo
scelto dal bottino di guerra e ora gironzolavo rilassato pensando a come organizzare la raccolta del legname e la costruzione delle fortificazioni che sarebbe inziata entro qualche giorno quando, non del tutto casualmente, mi trovai davanti alla casa degli schiavi. Si trattava di un grosso capanno robusto, con un grnde focolare al centro e dei giacigli tutto intorno. Gli schiavi vivevano tutti insieme, uomini e donne, e di norma non possedevano nulla tranne i vesiti che indossavano.  La attorno al capanno era sempre molto affollata, l'attività ferveva. Alcune donne, con le maniche rimboccate, stavano lavando i mantelli dei guerrieri in grandi tinozze colme di acqua gelata e saponaria, mentre altre filavano o tingevano la lana. Spesso mantenevano in schiavitù la stessa occupazione che avevano avuto da persone libere, e ne notai alcune con mani e braccia leggermente colorate di verde o blu, segno che erano state tintrici, mentre alcuni uomini avevano le piccole cicatrici sottili di chi è abituato a maneggiare ami da pesca o piccoli arpioni. Vidi due uomini che spaccavano ceppi di legno con le asce, ma erano in evidente difficoltà: in parte perchè erano chiaramente pescatori ed in parte perchè il viaggio di ritorno era stato molto faticoso per tutti, ed erano quasi emaciati. Fortunatamente la mia gente riconosce il valore del lavoro degli schiavi e non lesina sulle razioni di cibo, come invece avevo visto fare da altri popoli meno lungimiranti. Si sarebbero presto ripresi.


Viki era seduta accanto ad alcune bambine più piccole che conoscevo, erano figlie di una amica di mia madre. Stava intrecciando loro elegantemente i capelli ed esse emettevano gridolini estasiati. Non per la prima volta mi domandai come sarebbe stato avere una sorella minore... se la morte di mio padre non avesse addolorato mia madre tanto da uccidere il bambino nel suo ventre, forse lo avrei saputo, e magari, come capofamiglia, adesso mi sarei trovato alle prese con la ricerca di un bravo ragazzo con cui sistemarla. Allontanai da me quel pensiero perchè la morte di suo marito e del suo bambino erano stati colpi tremendi per mia madre, che la avevano quasi uccisa a sua volta.
Quando mi vide, Viki mi si alzò e venne verso di me, timida.
- Padrone.... - mi disse - io.. ho saputo..... che siamo tue - buttò fuori di un fiato - Posso aiutarti in qualcosa?
Siamo, aveva detto. Quindi anche Alyssa doveva saperlo.
Il suo sguardo innocente mi lasciava spiazzato e senza parole, ma non potevo darlo a vedere.
- Non mi serve nulla per ora, Viki. Continua pure con le tue occupazioni.
Tornò a sedersi immediatamene, ma si voltò appena, istintivamente, per guardare verso la riva del fiume.
Non mi occorreva altro. Seguii la direzione del suo sguardo e vidi Alyssa che raccoglieva legna secca ed altro materiale da ardere per il focolare. Mi incamminai in quella direzione, e vorrei poter dire di non sapere perchè l'avevo fatto. La verità è che mi sentivo irresistibilmente attratto verso quella donna, dannazione, e perciò combattevo su un campo di battaglia che non mi era familiare, e mi sentivo a dirla tutta anche piuttosto stupido. Non avevo mai speso più di uno sguardo per le donne con le quali avevo condiviso il letto, e raramente lo condividevo più di una volta con la stessa donna. La vita di un guerriero è ardimentosa ma molto solitaria: quasi nessuno di noi si arrischiava a formare una famiglia, sapendo che da un momento all'altro avrebbe potuto partire per non fare più ritorno. Tuttavia avevamo pur bisogno di dar sfogo ai nostri lombi, e per questo le prostitute del villaggio erano la scelta migliore: erano disponibili, esperte, e non dipendevano da nessuno tranne se stesse per la propria sopravvivenza. Forse, se fossimo riusciti ad avere la pace...
Quando fui abbastanza vicino perchè sentisse i miei passi, Alyssa si fermò e si sollevò in tutta la sua altezza, dritta come una giovane quercia fiera, con il vento alle spalle che le faceva vorticare i riccioli attorno al viso, le vesti sollevate e svolazzanti.
Madre Freya aiutami, pensai, cosa ci faccio qui?
Tuttavia non mi fermai che quando la raggiunsi.
- Alyssa... - esordii senza sapere come avrei continuato
Lei mi guardava muta e immobile, senza tradire la minima emozione, che fosse paura o odio o disgusto.
- Ho rivendicato la tua proprietà, come forse sai, la tua e quella di Viki - dissi, rendendomi conto mentre parlavo di quanto suonassero arroganti quelle parole - Mi chiamano Erik Urlo di Thor. E' il mio nome in battaglia. In tempo di pace sono solo Erik l'intagliatore.
Alyssa sollevò un sopracciglio ma non si mosse. Desideravo che dicesse qualcosa, qualunque cosa, ma non fui accontentato.
- Sono venuto, umh... - ripresi titubante - a vedere come sta la tua faccia - riuscii a dire infine. - E' stata messa a dura prova due volte in pochi giorni.
Mi si attorcigliava la lingua e non riuscivo a mettere insieme le parole. Maledizione, detestavo mostrarmi irrisoluto. Davanti a una schiava, poi! In qualunque circostanza, ero stato educato fino da bambino a non lasciar trapelare non solo la debolezza, qualora ci fosse, ma nemmeno l'indecisione, o la confusione, per non parlare della paura. Un vero uomo non dubita mai di se stesso, non teme nulla poichè non teme la morte, non si ritrae davanti a una sfida e non si lascia contaminare dalle emozioni. Questo è il codice, stabilito da Odino in persona, con cui vengono addestrati i guerrieri della mia tribù.
Quella dannata creatura mi faceva sentire debole, indeciso, confuso ed intimorito tutto insieme.
Infilai la mano in tasca per superare il momento di imbarazzo e le porsi uno scatolino di legno, intagliato da me, che naturalmente lei non degnò di uno sguardo.
Ma avevo ripreso il controllo di me stesso, e potei proseguire.
- Non morde, Alyssa, è solo un unguento, lo prepara mia madre. So che sei una guaritrice, ma mia madre ha avuto tre figli maschi ed è piuttosto esperta nel rimettere in sesto una faccia presa a pugni.
Ancora nessuna reazione, ne movimento, ne guizzo nello sguardo da parte sua.
Avrebbe potuto essere una statua.
Muovendomi molto lentamente, non saprei dire se per non spaventarla o per non provocare una reazione violenta, mi avvicinai ulteriormente a lei e aprii la scatoletta.
Immersi due dita nell'unguento, molto cautamente e delicatamente stesi il braccio fino al suo viso e lo spalmai piano sul suo zigomo gonfio.
La sensazione della sua pelle sotto i miei polpastrelli mi diede un leggero formicolio e, che Thor mi maledicesse, uno spasmo poco gradito al basso ventre.
Fui ripagato da un leggerissimo allargarsi dei suoi occhi, ma niente di più.
Finii, richiusi lo scatolino, lo lanciai noncurante sulla piccola catasta di legna che aveva raccolto perchè lo portasse al suo giaciglio.
Ero certo che non mi avrebbe dato la soddisfazione di ringraziarmi, ma altrettanto sicuro che ne avrebbe apprezzato gli effetti, e che non le sarebbe dispiaciuto farne ancora uso, almeno per il prossimo paio di giorni.
Stavo per andarmene, quando finalmente un filo di voce uscì dalla sua gola
- Io non ti appartengo - disse sibilando
- No, chiaramente no - risposi secco.

Mi voltai e me ne andai, furioso con lei, con me stesso, con la mia debolezza, con la maledetta guerra che l'aveva portata a Kilkie, con tutti gli Dei e con tutti gli uomini che conoscevo o avrei conosciuto in futuro. Mi misi quasi a correre e coprii a grandi passi la poca strada che mi separava dal bordello, sperando di trovare oblio, o quantomeno sollievo.

venerdì 16 settembre 2016

DISTRATTA A CHI?


Secondo allenamento di rugby.
Alle 20.00 ieri sera il Nin rientra accompagnato dal GG e si pianta sulla porta della cucina con le mani sui fianchi, guardandomi.


- Ehi, amore, ciao, tutto bene?
Sguardo di disapprovazione
- Ehm... che c'è?
- Mamma! Guarda! -
Si indica i piedi dove indossa calze e ciabatte da doccia.
- Oddio che fu? - domando.
- Ti sei dimenticata di mettermi le scarpe nella borsa!
- Noooooooooooo impossibile, ma figurati, mi ricordo PERFETTAMENTE di averle messe, le avrai tirate fuori e te le sei perse in spogliatoio!!
- Non c'erano.
- Si che c'erano!
- No, non c'erano.


Mi dirigo in bagno con passo marziale, apro la porta e... ehm. Eccole li. Accanto alla scarpiera.


- Amore scusa hai ragione le ho dimenticate.


Dopo cena faccio per mettere in lavatrice la divisa usata. Apro la borsa e.....


- Si, mamma - il Nin sempre più disapprovante - mi hai ANCHE messo nella borsa il tuo accappatoio al posto del mio. Avevo lo strascico!
- Ma.. figurati......... - mi volto, l'accappatoio del Nin regolarmente appeso dietro la porta. - eeehhh si, guarda, mi spiace, la prossima volta facciamo meglio, eh?


Passo in sala mentre il GG riordina la cucina e mi accingo a piegare il bucato appena tolto dall'asciugatrice.
Il Nin va in bagno.
- Maaaaammmaaaaaaaaaaa c'è un paio di pantaloncini neri nel cessooooooo
- Ma va!
- Siiiiiiiiiiiii ci ho anche pisciato un po' sopra...
- (Surgle) Ahem, saranno caduti quando ho preso il bucato
- Mamma... tra le scarpe, l'accappatoio e questo... non è che sei un po' troppo distratta?


E niente. Vado a vergognarmi nello sgabuzzino.

giovedì 15 settembre 2016

DIALOGHI IMMAGINARI - GENTE DEL NORD (DUE)


Quando entrammo a Kilkie fummo accolti dalla nostra gente in festa. Il nostro arrivo era stato annunciato dai ricognitori, il ritorno di guerrieri illesi e vittoriosi era sempre motivo di grande gioia: significava afflusso di ricchezze, che spesso si traducevano nella possibilità di passare un inverno tranquillo, con buon cibo sulla tavola e molte pelli calde nei giacigli.
La guerra col regno di Lokturn durava da molti anni. C'erano non più di una, due spedizioni all'anno, lontane dai giorni della semina e del raccolto, ma era comunque costata molte vite e molte risorse ad entrambi i popoli. Mio padre era stato una di queste, essendo morto in battaglia e con onore quando avevo 14 anni. Il fuoco della sua pira, contrariamente al solito, aveva bruciato per giorni e giorni. L'indovino aveva detto che era segno della benevolenza di Odino: mio padre era stato accettato al cospetto degli Dei e io ne ero immensamente fiero. Lo immaginavo seduto a una grande tavola con un infinito banchetto, bicchieri d'oro e pietre preziose ricolmi di birra e idromele, e sidro, e me lo figuravo brindare alla salute della sua gente con il possente Thor. Ero certo che mi guardasse, in qualche modo, forse la casa di Odino aveva finestre? E speravo di renderlo orgoglioso di me quanto io lo ero di lui.
A quei tempi avevo già cominciato il mio addestramento come guerriero ed ero piuttosto desideroso di mostrare il mio valore, oltre che bramare la vendetta per mio padre, ma dovettero passare altri 4 anni perchè potessi partire per la mia prima spedizione. Negli anni in cui morsi il freno, mi occupai come meglio potei della mia famiglia: mia madre e i miei due fratelli più piccoli. Lavoravo come carpentiere, o come contadino a seconda delle stagioni, mentre mia madre si era messa a servitù nella casa della regina. I miei fratelli minori, beh, era già molto che non si cacciassero in qualche serio guaio mentre noi eravamo fuori casa per lavorare.
Il lavoro manuale mi piaceva. Amavo il profumo delle messi mature, e nella breve stagione calda, stare sotto il sole ogni giorno era una autentica benedizione, ma ero veramente felice solo quando lavoravo il legno. Avevo cominciato intagliando qualche piccolo utensile per mia madre, e qualche giocattolo per i miei fratelli ed ero rapidamente diventato il miglior artigiano di Kilkie. L'inverno precedente alla mia prima spedizione avevo realizzato una sedia talmente pregevole che la Regina la utilizzava come trono, e mi aveva pagato una somma considerevole in oro, con la quale avevo acquistato cibo per settimane. Avevo sempre sospettato che ci fosse lo zampino di mia madre, nella decisione della sovrana, ma era comunque un lavoro di cui andare orgogliosi.
Non tanto orgogliosi quanto del mio ruolo di guerriero, comunque. Ero un ragazzino in preda alla smania di sangue, ero cresciuto con l'idea fissa di vendicare mio padre, alimentata dagli uomini della tribù, e una volta in marcia con gli altri guerrieri mi ero sentito parte di qualcosa di grande e di glorioso. Anelavo l'approvazione degli Dei, pregavo il padre Odino ogni notte di concedermi coraggio ed ardimento,  ero disposto a dare la mia vita, purchè potessi avere una morte onorevole e rivedere mio padre. A volte mi pareva di non desiderare altro, e allora uscivo, di notte, con la mia spada in pugno, e mi esercitavo fino a quando i miei muscoli tremanti non riuscivano più a sorreggerla e mi cadeva dalle mani. La mia mente si calmava soltanto quando prendevo in mano il mio coltellino da intaglio. Allora, trovavo qualche ora di pace.
Non mi ero mai fermato a pensare a mia madre, a cosa avrebbe provato perdendomi, o cosa avrebbero fatto i miei fratelli privati anche della traballante guida che la mia giovane età poteva offrire loro. Per mia fortuna, o sfortuna, ci avevo messo ben poco a comprendere la vera natura della mia nuova condizione di guerriero. Terminata vittoriosamente la mia prima battaglia, mi ero guardato attorno ancora grondante di sudore e sangue in cerca della gloria, ma in mezzo ai corpi trucidati dei miei nemici, avevo trovato solo morte, paura, puzza e merda. Nella morte non erano più nemici: erano soltanto uomini e ragazzi come me, che non avrebbero mai più rivisto le proprie famiglie. Io ero stato acclamato come il miglior giovane guerriero dai tempi di Sigfrido, avendo ucciso ben 17 uomini senza riportare nessuna ferita, ma una volta esaurita l'esaltazione della battaglia, i miei occhi avevano continuato a vedere solo il panico delle mie vittime al momento del trapasso. Ho ucciso molti altri uomini da allora, e in ognuno di essi ho scorto quello sguardo incredulo e disperato, negli ultimi istanti prima che la mia lama uscisse dai loro corpi lasciandoli indifesi e sanguinanti. Continuerò a farlo, perchè siamo in guerra ed è mio dovere, ma ho smesso quel primo giorno di illudermi che questo mi renda onore.


Chiaramente questa consapevolezza non era condivisa dal mio popolo.
Due ali di persone ci accolsero con grida entusiaste al nostro rientro, benedizioni di ogni sorta piovevano sulle nostre teste stanche e altrettanti insulti, e qualche sputo, erano rivolti ai prigionieri. Vidi mia madre e i miei fratelli a lato della strada e rivolsi loro un breve cenno, senza scompormi, con lo sguardo sempre fisso davanti a me, con la dignità richiesta a un guerriero di ritorno alla sua casa. Gli schiavi procedevnao in fila davanti a noi, gli uomini davanti e le donne dietro, e vedevo la schiena di Alyssa che si chinava verso Viki confortandola ogni pochi passi. La sua postura, il suo modo di muoversi, lasciava chiaramente intendere che fosse spavantata lei stessa, e tuttavia non esitava a occuparsi della sua giovane compagna. Ci avevo visto giusto, dunque. Era davvero un capo.


Lasciammo i cavalli davanti al palazzo del Re, ed entrammo tutti nella sala del trono, dove eravamo attesi. Il re e la regina stavano sui loro scranni, vestiti riccamente e ingioiellati per l'occasione, in attesa di conoscere l'esito della nostra spedizione e di constatare il valore del bottino. Come di consueto, il forziere con le monete e i gioielli venne aperto ai loro piedi, così come ai loro piedi vennero poste le armi requisite al nemico, un bottino forse ancora più prezioso dell'oro dopo anni di guerra. Dietro al forziere vennero allineati i prigionieri ridotti in schiavitù, uomini e donne.
Il Re era un uomo valoroso e di poche parole. Aveva combattuto insieme ai suoi guerrieri finché l'età glie lo aveva consentito, e poi aveva mandato in battaglia suo unico figlio, principe ed erede. Dopo aver messo le mani nel forziere e fatto scorrere i preziosi tra le dita in segno di approvazione, aveva rivolto la sua attenzione alla parte umana del bottino. Ad un suo cenno, tre prigioniere tra cui Alyssa
erano state portate al suo cospetto. La regina aveva stretto le labbra mentre il Re le esaminava con evidente approvazione. Non mi sorpresi quando Alyssa fu scelta e scortata via da alcune ancelle, che l' avrebbero lavata, profumata e vestita (moderatamente) perchè dividesse il letto del  re quella sera stessa.


Come può una moglie accettare che suo marito dorma con altre donne così apertamente, non facendone mistero davanti a tutta la corte? E' pur vero che la regina aveva avuto un solo figlio, ed era ormai in età da essere sterile, e poichè il principe veniva con noi in battaglia, il rischio che il regno restasse senza un erede era piuttosto concreto. Certo Orrik voleva assicurarsi una numerosa discendenza, anche illegittima, per il bene del regno. Forse era questo che spingeva la regina Farsya a sorridere benevolmente alle giovani amanti del marito, anche se per il momento nessuna di esse aveva partorito un figlio al re. La cosa mi colpì, non per la prima volta. C'era forse una maledizione che impediva la nascita di altri principi? Il Re aveva forse offeso gli Dei in qualche modo? Improvvisamente compresi che nonostante tutti incolpassero la regina per la mancanza di eredi, la causa non poteva essere lei. Doveva essere il Re. Dopotutto era poco probabile che sia Farsya che tutte le amanti di Orrik fossero, per coincidenza, sterili. Poteva dunque un uomo essere incapace di generare? Era possibile che un valoroso guerriero come il re avesse un seme troppo debole per dar frutto nel ventre di una donna? Come uomo, tremai a quel pensiero. E, se avevo ragione, era giusto che Farsya venisse umiliata per una colpa non sua?  Rivolsi mentalmente una breve preghiera a Freya, perchè sostenesse la regina e perchè mi concedesse la grazia di non dover mai scoprire di persona se le mie teorie fossero esatte.


Rividi Alyssa quella sera stessa, al banchetto, e devo confessare che per un attimo non riuscii a trattenere il fiato nei polmoni. Era stata abbigliata con una tunica chiara, trasparente, che lasciava ben poco all'immaginazione. E in quella sala, potete giurarci, di immaginazione ce n'era parecchia. I capelli erano stati acconciati in morbide trecce che scendevano sulle spalle nude, e in mezzo ai seni
collane di conchiglie mandavano piccoli bagliori, come per attirare l'attenzione su quella deliziosa rotondità, se mai ce ne fosse stato bisogno. Il re la sfoggiava come un gioiello della sua corona, e non notava, o non si curava, dello sguardo ferito della regina. Gli uomini al rientro da una battaglia bramano possedere una donna il prima possibile, non solo per la lunga astinenza, ma per confermare a se stessi di essere vivi, di essere sopravvissuti. Avevo sempre pensato che ci fosse una sorta di contrapposizione tra la morte che avevamo dispensato in guerra e la vita che avremmo potuto dispensare spargendo il nostro seme... sempre che non fossimo sterili. La mia mente formulò quel pensiero prima che potessi impedirlo.
Comunque fosse, io non facevo certo eccezione. Guardavo Alyssa fremendo, con meraviglia e desiderio, e mi sentivo più famelico che se avessi avuto davanti Freya stessa, nuda ed invitante. Cercavo di identificare le curve del suo corpo sotto la tunica ma lei stava immobile, e questa cadeva dritta senza appoggiarsi ai suoi fianchi, ne' alle sue cosce, che bramavo esplorare. L'avrei presa, oh si, l'avrei presa con violenza, l'avrei tenuta inchiodata sotto di me fino a che non avesse avuto più fiato. Stringevo convulsamente i pugni, per impedirmi di alzarmi e mettere in atto il mio proposito li, davanti a tutti, sulla tavola del re.  Il suo sguardo era affilato, dritto come la lama di un pugnale, non tradiva la minima paura, ne la più minuscola parvenza di sottomissione. Quella donna scatenava in me in egual misura il desiderio di possederla e di domarla.
Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, cosa che mi provocava dolorosi spasmi, anche mentre le molte prostitute che prendevano parte al festino mi offrivano i loro servigi. Il maiale arrostito mi andò per traverso quando il Re prese Alyssa poco elegantemente per le natiche conducendola verso la propria camera da letto, tra gli schiamazzi e gli applausi, e me ne andai, eccitato ed avvilito, alla ricerca di una soddisfazione più alla mia portata.



mercoledì 14 settembre 2016

DIALOGHI IMMAGINARI - GENTE DEL NORD ( UNO)

Notai il suo sguardo la prima volta che mi avvicinai a lei con una tazza d'acqua.
Era una giornata calda e sebbene il sole non filtrasse attraverso le foglie degli alti alberi, l'aria era pesante, umida, difficile da respirare.
Il terreno morbido del sottobosco era scivoloso e infido, e gli insetti ronzavano incessantemente intorno alle nostre teste. Lei e gli altri prigionieri, o meglio schiavi, procedevano lentamente, legati gli uni agli altri, con corde salde anche alle caviglie, per maggior sicurezza. La maggior parte di loro era a piedi nudi, e sanguinava, tutti indossavano pochi abiti ormai laceri, quelli con i quali erano stati catturati.  Non era stato loro permesso prendere nulla dalle loro case prima della deportazione. Il viaggio era lungo, eravamo in cammino nella scura foresta di Broch da ormai 6 giorni e ce ne attendevano almeno altrettanti prima di arrivare alla capitale, Kilkie. Noi guerrieri procedevamo a cavallo, ma naturalmente i prigionieri non potevano che marciare, cercando di tenere il passo con le nostre cavalcature. Le risorse per il viaggio di ritorno erano scarse, e l'acqua per gli schiavi era poca, per non parlare del cibo. Molti uomini, presi per il fisico imponente e destinati ai lavori pesanti, erano già stati spezzati dalla fatica e dalla sete.


Lei no.


Posò gli occhi su di me non appena mi accovacciai per offrirle da bere. La sua espressione diceva chiaramente che mi avrebbe aperto la gola a morsi, se solo glie ne avessi dato la possibilità.
L'ammirai, per questo.
Con un gesto repentino della mano, tuttavia, fece cadere la tazza rovesciando l'acqua. Una mossa piuttosto stupida, date le circostanze, che diminuì, ma di poco, la mia ammirazione. Era evidente che possedeva un carattere deciso e poco incline alla sottomisisone, qualità apprezzabili in un guerriero
ma piuttosto rare in uno schiavo, almeno nella mia esperienza. Reprimendo un sorriso, e il forte desiderio di darle un ceffone, riempii di nuovo la tazza e glie la porsi. Mi guardò con odio puro.
- Hai sterminato il mio villaggio e la mia gente, figlio di un cane rognoso, non accetterò niente da te - ringhiò
- Hai ragione di odiarmi, ragazza. Io lo capisco. Ma qusta è la guerra- risposi calmo.
Posai la tazza per terra accanto ai suoi piedi e mi allontanai, lasciandola a fissarmi sorpresa dalla mia risposta. Immediatamente, vidi Gunther che si avvicinava a lei.
Gunther era un guerriero estremamente coraggioso ma altrettanto sangunario, che conoscevo da quando eravamo bambini: era sempre stato un bastardo. Era una di quelle persone che godono della sofferenza altrui e che uccidono per puro piacere; insetti da bambino, piccoli animali da ragazzo, uomini da adulto. Avrebbe combattuto in ogni caso, anche come mercenario se non avesse avuto la ventura di nascere in una nazione in guerra. Era sempre coperto di sangue, se fosse quello del nemico o il suo stesso non era mai stato chiaro, ma vista la sua passione non potevo escludere che si ferisse
da solo quando non era in battaglia, per il puro piacere divederlo scorrere e di decorare il proprio corpo con esso. Se aveva assistito alla mia breve conversazione con la schiava, aveva sicuramente considerato il suo atteggiamento indomito come un'offesa personale, e altrettanto sicuramente stava cercando il modo di punirla umiliandola, o picchiandola, o entrambe le cose, quel figlio di una cagna in calore. Lo vedevo fremere di aspettativa.


Mi allontanai di poco, per assicurarmi che non esagerasse. Non mi soffermai a domandarmi il motivo di questo riguardo nei confronti di quella schiava. Da dove mi trovavo, non potevo sentire le parole, ma dalla postura e dai gesti, era evidente che lui stava cercando di obbligarla a mettersi a quattro
zampe, per farla lappare dalla tazza come un animale, e lei non aveva alcuna intenzione di farlo.
La scaramuccia era durata pochi minuti ed era terminata quando Gunther, stufo del gioco, l'aveva schiaffeggiata  violentemente, mandandola a finire per terra, per poi sincerarsi che avesse capito la lezione con qualche mirato calcio allo stomaco.
Si era voltato verso di me ghighando - visto come si fa? - e se n'era andato, soddisfatto e con ogni evidenza sessualmente eccitato.

Lasciai passare qualche minuto, e mi avvicinai di nuovo alla schiava. Era raggomitolata in terra, tutta sporca di fango e chiaramente furiosa. La aiutai a sollevarsi - dovetti costringerla ad accettare il mio aiuto -  e per la terza volta, le misi in mano la tazza con l'acqua, senza parlare. Mi guardò con immutato disprezzo, ma l'accettò e bevve. Fu un bene, perchè i giorni seguenti furono caldi e faticosi, e se non avesse bevuto almeno quel poco probabilmente non ce l'avrebbe fatta.


Qualche giorno dopo, la ragazza con lo sguardo feroce inaspettatamente mi si avvicinò durante una sosta dalla faticosa marcia.
- Mio Signore, ti prego - mi disse con voce estremamente bassa - ti prego, acqua.
La guardai sorpreso.
Lei si inginocchiò ai miei piedi tenendo con le mani un lembo del mio mantello
- Ti supplico... padrone - pronunciò quella parola con uno sforzo evidente -  per lei...
Mi voltai, e vidi che indicava la ragazza che era legata davanti a lei nella fila. In verità era poco più di una bambina, avrà avuto undici, dodici anni al massimo, non riuscivo a ricordare se venissero dallo stesso villaggio. Era accasciata a terra, scomposta, e respirava appena. Avevo visto la schiava sorreggerla in diverse occasioni nei giorni precedenti, perchè non ci accorgessimo che non era quasi più in grado di camminare. Sarebbe stata abbandonata nella foresta in balia del lupo e dell'orso,
dei quali sarebbe rapidamente diventata il pasto. Vedendola in quello stato pietoso, non mi feci pregare a lungo - benchè non mi dispiacesse affatto - e presi la borraccia al mio fianco, avvicinandomi alla bambina che bevve quasi tutta la mia scorta personale, per poi tornare ad accasciarsi con un'espressione decisamente sollevata in viso.
Poi passai la borraccia alla schiava, che naturalmente la rifiutò. Sospirai rassegnato. L'orgoglio prima o poi l'avrebbe uccisa, di questo ero praticamente certo. Ma no volevo che accadesse quel giorno.
- Come si chiama? - chiesi, guardando la bambina
- Viki.
- Viki. Bene e tu invece?
La schiava esitò un momento, incerta se rivelarmelo. Dopo un attimo di silenzio, evidentemente dovette decidere che conoscere il suo nome non mi avrebbe dato alcun vantaggio, il giorno in cui mi avesse incontrato con le mani libere per impugnare adeguatamente un'ascia. Il suo sguardo era immutato e trasmetteva una fierezza che avevo visto di rado, anche negli occhi dei guerrieri più esperti.
- Mi chiamo Alyssa - rispose cauta.
Alyssa. Un nome che ricordava le piccole dee dei laghi e delle fonti.
- Daccordo, Alyssa. - la incoraggiai. - Bevi. Chi aiuterà la piccola Viki, se tu stessa non potrai proseguire?
Toccò a lei restare stupita, cosa che non tardò a trasparire dal suo volto. Non aveva previsto che qualcuno la avesse vista aiutare la bambina, e meno che mai poteva capacitarsi che, pur avendola vista, non la avessi denunciata. Di solito i carcerieri non provano compassione per i propri prigionieri. Ad ogni modo, questo parve convincerla, e prese un sorso, riluttante.
Mentre mettevo via la borraccia, mi girai a guardarla. Ero curioso di sapere che aspetto avesse, sotto lo strato di sudiciume dovuto alla battaglia e alla deportazione.
- Alyssa, due giorni fa ti ho vista tenere testa a Gunther nonostante le botte... - dissi impulsivamente.
- Gumther? Dunque è questo il suo nome! - mi interruppe rabbiosa, portandosi istintivamente una mano al viso ancora gonfio - mi sarà utile saperlo, quando raccomanderò il suo spirito a Hella perchè marcisca in eterno nel suo regno! 
Ancora una volta non potei non ammirare il suo coraggio, ed ancora una volta ebbi contemporaneamente l'impulso di colpirla per la sua arroganza.
Trattenni la mia mano e proseguii, senza un motivo preciso, seguendo un pensiero scaturito da chissà dove.
- Si, è questo il suo nome. Non ti sei piegata a lui per salvarti, ma oggi non hai esitato a gettarti in ginocchio ai miei piedi per Viki.
- Allora? - domandò, ancora bellicosa
- Allora niente. Ti ammiro. Tu hai il sangue dei Re nelle vene.
- No, ti sbagli, padrone - disprezzo nella sua voce, stavolta - non sono una regina. Sono una guaritrice - aggiunse, evidentemente considerando che nemmebno questa informazione mi avrebbe aiutato, se mai l'avessi incontrata con un'arma qualunque in mano.
- Non ho detto che sei una regina, ma che in te scorre il sangue degli antichi Re. So riconoscere un capo, quando lo vedo, e tu lo sei. Solo un buon capo, uno davvero buono, agisce con fierezza, ma non esita a umiliarsi per il bene della sua gente. Se l'ho capito io, Alyssa, presto se ne accorgeranno anche loro - indicai i prigionieri - e allora ne diverrai responsabile. Sei pronta ad assumerti questo compito?
Questo sembrò sconvolgerla autenticamente. Rimase immobile a fissarmi con la bocca spalancata per un momento, poi la richiuse e sembrò, anche se solo per un breve istante, considerare le mie parole con serietà.
- Ci sono capi donna tra la tua gente? - mi chiese quindi, con quello che mi parve un genuino interesse
- No, o almeno, nessuna donna nasce capo, indipendentemente da chi è suo padre. Ci sono donne guerriero, però, e alcune guandagnano il diritto al comando grazie al proprio valore.
Alyssa mi guardò, per la prima volta senza astio, mostrando con uno strano misto di terrore ed aspettativa. Sicuramente aveva già compreso di avere questa attitudine. Tuttavia, per quel poco che conoscevo delle usanze del suo popolo, ero piuttosto certo che fosse stata costretta a nasconderla.
Mi voltai e me ne andai, soddisfatto di lasciarla confusa, senza attendere la sua risposta.


Quella notte sognai Alyssa che mi trafiggeva con la mia stessa spada, mentre io mi lasciavo uccidere senza reagire, guardandola impotente ed ammirato. Mi svegliai come da una battaglia sangunosa, senza aver realmente riposato, ma fortunatamente poche ore dopo l'alba giungemmo ai margini della grande foresta, in prossimità del piccolo lago che si trovava a meno di un giorno di cammino da Kilkie. Saremmo stati a casa entro sera.
L'aria era più fresca e limpida e la luce ci inondava finalmente, facendoci bruciare gli occhi dopo i giorni di umidità e di perenne crepuscolo sotto le fronde degli alberi da cui non filtrava quasi raggio di sole. Fu un sollievo per tutti, persino per i cavalli che cominciarono ad agitare la coda eccitati.
Ci accampammo, e agli schiavi fu ordinato di entrare nel lago e ripulirsi accuratamente, oltre che naturalmente di bere a volontà, cose che facemmo tutti con grandissima soddisfazione.
La marcia era costata la vita a quasi la metà dei prigionieri, ed era opportuno che i superstiti apparissero nelle migliori condizioni possibili una volta al cospetto di Re Orrik. Un bottino scarso era una sfortunata circostanza, ma un bottino malandato, di cui non ci si fosse presi debita cura, era un'onta che il Re non avrebbe tollerato. Dopo essermi lavato e ristorato, restai sulla riva a godermi il sole e a sorvegliare il piccolo gruppo di schiavi che si confortava vicendevolmente, con le mani libere per la prima volta da giorni. Tutti si strofinavano via fango e polvere vigorosamente, godendo della frescura e dell'abbondanza di acqua; Alyssa aiutava Viki a lavare i lunghi capelli.
La bambina sembrava essersi quasi del tutto ripresa.


Quando uscì dall'acqua, pulita e rinfrancata, capii all'istante per quale motivo Alyssa fosse stata catturata. Era di una bellezza ineguagliabile. Gli occhi, che naturalmente avevo già notato, erano di un azzurro cupo e prorfondo, come il mare durante una tempesta notturna, ma scintillanti di vita e di intelligenza. I capelli, lavati e non più costretti nelle trecce dell'acconciatura, si rivelarono una
cascata di riccioli del colore dell'oro, che scendevano brillanti fino a metà della schiena dritta. La pelle era chiarissima, levigata come una pietra di fiume, senza un difetto visibile. Gli stracci di cui era coperta, bagnati, aderivano al corpo mettendo in evidenza la curva del seno e delle sue lunghe coscie tornite. Per un uomo che non conosceva il calore del corpo di una donna da settimane, era una visione che scatenava gli istinti più primitivi. Era sicuramente destinata alla camera da letto reale, e questo pensiero per qualche ragione mi provocò una lieve fitta alla bocca dello stomaco, che ignorai.


Purtroppo non fui l'unico a notare la sua bellezza, perchè non appena raggiunse la riva, vidi tre dei
guerrieri muovere verso di lei con la bocca semiaperta e lo sguardo vacuo. Fui più veloce di loro: mi misi tra lei e gli uomini, e feci in modo  che ritornasse al suo posto nella fila senza incidenti. Alyssa dovette notarlo, perchè mi rivolse un breve sguardo leggermente meno bellicoso del solito.
I tre invece non gradirono la mia intromisisone e fecero per avvicinarsi a me, scontenti, ma li precedetti:
- E' per il Re, signori, la vedete anche voi - li anticipai - non vorrete offrirgli un dono usato, mi auguro.
Mi girarono le spalle dopo un momento di esitazione e sparirono nel folto degli alberi, presumibilmente per dare sollievo all'evidente tensione al basso ventre.