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mercoledì 21 dicembre 2016
POST PRE-NATALIZIO
Oh va bene, lo dico: irei ho compiuto gli anni.
Un'altra cifra "tonda" porca vacca, ma quand'è che gli anni hanno cominciato a passare a tre a tre?
Vabbè non facciamo la solita retorica sul tempo che passa che comunque non ho una ruga e dimostro 10 anni di meno ah ah ah.
I miei festeggiamenti compleanneschi ieri sera si sono svolti al campo, che avevamo la festa di Natale
della squadra di rugby. Tralasciando il fatto che a mezz'ora dall'inizio ci siamo accorti di non avere birra (praticamebnte l'Armageddon per dei rugbisti!!) è stata una serata molto carina, come sempre.
La birra, poi, è comparsa.
Ora, vorrei dissipare il dubbio.
Non è che nutriamo l'under 6-8-10 a Lager.
Ma gli allenatori dei nostri pargoli sono tutti giocatori, e parecchi papà pure, quindi di rugbisti adulti ne avevamo a pacchi. E peraltro tutti mi hanno abbondantemente baciata, vista l'occasione genetliaca. Mai preso tanti baci tutti insieme in vita mia!
E' successa anche una cosa un po' triste: in squadra abbiamo un ragazzino di 9 anni che ha perso la mamma dopo lunga malattia, un mese fa circa. Ieri sera alla festa c'era lui, suo papà e la sorellina di 5 anni che praticamente non deve aver mai visto la mamma sana, o quasi. Io la bimba l'avevo vista in qualche occasione in passato ma non le avevo mai parlato. Com'è come non è, appena mi ha vista senza manco conoscermi, mi ha abbracciata e non mi ha mollata più per tutta la sera. E' stata la mia ombra: tenuta per mano, in braccio, preparato le cose da mangiare e da bere, giocato insieme, e baci e abbracci a profusione. Una tenerona, povera piccola. Mi si è strizzato il cuore.
Comunque, con ieri abbiamo appeso al chiodo le scarpe coi tacchetti e con oggi finiscono anche gli allenamenti di arti circensi. Il Ric è segregato già da giorni quindi penso di poter dire che avrò un po' più di tempo a disposizione di qui al 9 gennaio. Sarà un piacere infilare tutta l'attrezzatura nella borsa e levarmela da torno per qualche settimana!!!!!
Mi appresto ad affrontare gli ultimi giorni di lavoro ma con la mente sono già in ferie.
Non che abbiamo chissà che programmi (a parte il 30 mattina, che abbiamo programmi eccome eh eh eh!!! ) però non vedo davvero l'ora di staccare.
Il pranzo di Natale sarà la solita débacle (son tutti da me) ma alla fine sono sempre tutti contenti, in particolare il Nin che non vede l'ora di avere la famiglia riunita.
Personalmente sono in altissimo mare coi regali, mi mancano i genitori e i suoceri, e avevo cazzoscordato un paio di amiche cosa di cui mi sono resa conto praticamente con un anticipo di circa 15 minuti sul momento dello scambio dei doni #maitranquilla. Per il resto Amazon sembra stia facendo il suo dovere e l'unico veramente in ansia è il Ric perchè il regalo per la morosa non sta arrivando.
La casa è addobbata, la spesa fatta, il menu di Natale organizzato.
Forse, anche per quest'anno, sopravvivo.
mercoledì 1 giugno 2016
DIALOGHI IMMAGINARI - un finale alternativo (racconto)
Finalmente è giunta l'ora.
Dovrei avere paura, ma quello che sento è solo sollievo.
Credevo che avrei provato almeno un brivido, un po' di tensione, ma non c'è nulla di tutto ciò. Ci penso da così tanto tempo, a questo momento, che non mi è rimasto niente da provare. Sono già passato attraverso tutto lo spettro delle emozioni umane, come direbbe il mio psicologo. La negazione, la rabbia, il lutto, l'accettazione. Vorrei solo che si sbrigassero. La cosa più fastidiosa è questa ulteriore attesa. Sono due anni che aspetto. Ora che finalmente sto per avere pace, vorrei averla in fretta. Pace. Questo pensiero mi fa sorridere come se stessi per andare a una festa attesa da tanto. Filtra una luce pallida dalla finestra, piccoli soli ricamati danzano sulle pareti, riflessi dalle candide tende ed illuminati dal sole di tarda estate. Tutto è candido qui, mi domando perchè. Siamo in un ospedale, ma doppotutto non vi è alcuna necessità che tutto sia sterile, no? A chi importa? Che differenza farebbe se l'ago che mi pungerà tra poco fosse infettato dalla peste bubbonica? Potrei morire di più? Una bella infezione post mortem, magari? Già, sono un tipo divertente, non riesco a smettere di sorridere. Il mondo perde oggi un grande umorista.
Mi guardo intorno, muovo gli occhi e poco altro e ancora una volta mi rallegro che questa tortura stia per avere termine. Sono impaziente di cominciare. O di finire, secodo i punti di vista. Mia madre e mio padre si tengono per mano, sono in piedi accanto alla porta, dritti come fusi, immobili, non sembrano nemmeno vivi. Respirano a stento, ora che ci faccio caso. Quanto tempo è che non li vedo più sfiorarsi, nemmeno per sbaglio? Anni, ad occhio e croce. Ed oggi addirittura sono mano nella mano. Evidentemente la situazione richiede una speciale gestione. Mia madre serra la mascella e un muscolo compare e scompare velocemente in mezzo al suo viso. E' tesa, ma non è solo questo. Sembra spenta. I suoi occhi dovrebbero essere verdi, ma da qui sembrano di un brutto color del fango, senza vita, senza movimento. Persino le palpebre sono bloccate nella fissità del suo sguardo. Ad un tratto sembra che stia per muoversi, e ho l'impressione che se lo facesse la sua superficie si screpolerebbe come un vaso di argilla lasciato troppo a lungo nel forno, che si sgretolerebbe pezzo dopo pezzo fino a rimanere solo un mucchietto di sabbia raccogliticcio, dove fino a poco prima c'erano i suoi piedi. Non merita questo dolore, lo so bene. Non è colpa sua. Ma dopotutto, non è nemmeno mia.
Mio padre invece ha l'aria di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne qui. Non è uomo da addii, lui. Quando ero bambino mi salutava sempre frettolosamente prima che partissi per il campeggio, ed in seguito ha sempre fatto lo stesso, quando partivo per il college, o per uno dei miei viaggi di prima. Potevo stare via un giorno o un anno, lui allungava la mano e stringeva la mia, mi dava una pacca sulla spalla ed invariabilmente diceva "buona fortuna, figliolo", e questo era tutto. Ora che sto partendo per un viaggio molto più lungo, a quanto pare non ci sarà nemmeno questo. Beh, la stretta di mano certamente no. Ma dov'è la mia pacca, e il mio buona fortuna? Le sue rughe di espressione sembrano essersi accentuate molto durante gli ultimi giorni. Il viaggio ed i preparativi sono stati pesanti per tutti, tranne me ovviamente, ma di certo c'è anche altro. Come per mia madre,immagino che la vera battaglia si stia svolgendo dentro di lui. Per cosa combatte, non saprei dire. Se per sopportare la mia partenza, per tollerare la mano di mia madre nella sua o semplicemente per avere la forza di non scappare fuori dalla stanza perdendosi gli ultimi istanti della vita di suo figlio.
Mia sorella è sprofondata nella poltrona vicino alla finestra e piange senza ritegno, senza curarsi di mostrarsi ne' di inondare di lacrime la sua bella maglia di cachemire. Se va avanti così, sarà da buttare prima che sia tutto finito. Ci siamo salutati già da qualche ora, lei è assolutamente contraria alla mia scelta e ha cercato di convincermi fino all'ultimo a cambiare la mia risoluzione. Ha usato persino Lou per farlo, per provare a convincermi. Ma la verità che nessuno comprende è che la presenza di Lou nella mia vita mi rende se possibile ancora più certo della mia decisione.
Desiderare disperatamente qualcosa che non si può avere è tremendo. Ma le persone normali hanno sempre la possiblità di provarci. Di agire, di tentare di arrivare esattamente dove vogliono essere. Io no. Io non ho nulla, nemmeno la speranza. Lo so da tempo ormai. All'inizio mi ero illuso, ma ormai mi è perfettamente chiaro. Amare una donna così tanto, e non poterla toccare, è insopportabile. Sentire il desiderio nel cervello, così prepotente che ti sembra di svenire, mentre il tuo corpo giace inerme ed immobile... è insopportabile. Sapere di non poterla rendere felice, è una tortura. Guardarla mentre si limita, si comprime, rinuncia a tutto per restarti accanto... no, non è per me. Non potrei vivere così, non potrei farle questo. Lei ha diritto di vivere, di trovare la sua strada. Ma non se io resto. Se io resto, lei è in trappola. La verità è che amarla mi ha reso ancora più determinato. Non se l'aspettava, questo, mia madre.
Naturalmente lei è qui. Lou. E' coraggiosa la mia piccola ape, mi guarda fisso, è seria ma mi sorride. Tiene la mia mano buona, e l'unica senzazione che provo è quella delle sue dita che mi accarezzano senza sosta. Ha una piccola ruga in mezzo agli occhi, quella che le viene sempre quando è preoccupata. Ma sorride. Ha i capelli arruffati come al solito ed è in grandissimo contrasto con il resto dell'ambiente, così colorata e stravagante. Al confronto la mia famiglia sembra uscita da una rivista di moda per becchini. Ma bisogna ammettere che Lou sarebbe in contrasto con qualunque ambiente. Sembra stranamente inadatta e contemporanamente perfettamente in tono con qualunque luogo. E' una caratteristica sorprendente. Cambia l'atmosfera di una stanza solo entrandoci. Vorrei dire che porta allegria, ma sarebbe riduttivo. E' tutto il complesso emotivo che si respira in una certa situazione che si modifica grazie alla sua sola presenza. Beh, è quello che è successo a me, comunque. Chi poteva immaginarlo. Non ho mai incontrato una persona come lei, e anche questo è sorprendente perchè nella mia vita di prima, frequentavo gente in tutti i continenti. Vorrei averla conosciuta per tempo. Mi piace immaginare tutte le cose che avremmo potuto fare insieme, i posti dove l'avrei portata. L'avrei sorpresa, sempre. Ma la verità è che se l'avessi incrociata prima dell'incidente, non le avrei dedicato un secondo sguardo, così originale e stravagante come appare. Sarei passato oltre i suoi capelli neri, oltre le sue improbabili giacche fatte a mano e le scarpe colorate come se lei non esistesse. Si, ero un vero idiota.
Sento un piccolo scatto metallico e percepisco, più che vederla, la maniglia della porta muoversi. I miei occhi sono incatenati a quelli di Lou, anche lei sente la porta aprirsi ed emette un piccolo sospiro. Il dottore entra. Indossa il solito camice bianco, impeccabile, inamidato, senza un alone. Ha lo stetoscopio di rito attorno al collo e in mano un piccolo vassoio di metallo, con una siringa, una laccio emostatico, un batuffolo di cotone e del disinfettante. Ancora questa mania della sterilità! I suoi occhi sono calmi, rassicuranti. Richiude la porta e si ferma un istante, mi guarda con una domanda senza voce. Annuisco appena, e sento la mano di Lou stringersi più forte alla mia. Mia sorella emette un singhiozzo rumoroso e spezza la perfezione del momento. Mia madre e mio padre assumono un'aria se possibile ancora più spaurita. Come lepri inchiodate al centro di una strada trafficata, ipnotizzate dai fari dell'auto che si avvicina, fissano il vassoio e la siringa senza riuscire a distogliere gli occhi.
Il dottore si accosta al mio letto, mi scopre il braccio, e vagamente sento il laccio emostatico stringersi dove una volta avevo un invidiabile bicipite da free climber. Continuo a fissare Lou, voglio che sia lei l'ultima cosa che vedrò in questo mondo. Lei mi sta ancora sorridendo, e di nuovo mi sorprendo del suo coraggio, della sua forza. Non c'è una lacrima sul suo viso, tiene lo sguardo fisso nel mio come se volesse imprimere questa immagine nella sua mente per non scordarla.
Poi accade tutto in una frazione di secondo.
Sono bravo a notare i minimi dettagli, quando gli occhi sono praticamente l'unica parte del tuo corpo che funizona impari a sfruttarli al massimo. Vedo le sue palpebre abbassarsi impercettibilmente, le sue pupille dilatarsi e restringersi improvvisamente. Sento la sua mano lasciare la presa sulla mia ed in un istante, Lou esce dal mio campo visivo. La vedo scivolare a terra, scossa da brividi forti come spasmi.
Il mio cuore si ferma. Mi volto verso il dottore, ma l'ago non ha ancora bucato la mia pelle. Perchè allora il mio cuore si sta fermando, perchè non sto respirando? Per una frazione di secondo, penso che Lou si sia avvelenata per morire con me. Una minuscola parte del mio cervello si congratula con lei per la perfetta scelta dei tempi, ma tutto il resto è in preda a un panico cieco e assoluto, una sensazione di puro terrore, che non ho provato nemmeno quando mi sono risvegliato in un letto senza poter muovere nulla al di sotto della quinta vertebra cervicale. Nel tempo di un battito di ciglia vedo nella mia mente Lou fredda e immobile, circondata da fiori e penso stupidamente che non può morire, perchè non le piace stare al buio. Immagino di dover vivere senza di lei, immagino come sarebbe la mia vita ora, ora che l'ho incontrata, se dovessi perderla. Mi vedo immobile davanti alla sua tomba con un mazzo di fiori in grembo. Non deve essere passato più di mezzo secondo da quando ho sentito la sua mano scivolare via dalla mia, ma il tempo sembra rallentato, il dottore è ancora li, con la siringa a mezz'aria, che fissa la scena come se non capisse cosa sta accadendo. Ritrovo la voce e urlo "la soccorra!"
Il dottore si ridesta. Mi guarda per un istante e posa la siringa di nuovo sul vassoio. Preme il pulsante di emergenza sopra il mio letto e si affretta verso Lou che è ancora scossa da spasmi accanto al mio letto. La sensazione di impotenza che provo è devastante. Il mio istinto ed il mio cervello comandano al mio corpo di precipitarmi da lei ma come sempre nulla si muove se non i miei occhi. Posso solo guardare. Arrivano alcuni infermieri con una barella, sollevano Lou che si contorce e la portano via a passo di corsa. Mi domando se in un posto come questo siano in grado di prendersi cura dei vivi bene quanto dei morti, e sento come se mi stessero strappando le viscere fuori dal corpo.
I miei genitori sono inebetiti, mia sorella ha smesso finalmente di singhiozzare e ha gli occhi arrossati e fuori dalle orbite. Ci guardiamo in silenzio per un attimo senza sapere cosa dire o cosa fare. Beh, loro, perchè io saprei esattamente cosa fare anche se naturalmente non posso. Con tutta la calma che riesco a racimolare dico "Aiutatemi a mettermi sulla sedia" ma dalla gola esce un rantolo quasi incomprensibile e infatti nessuno si muove. Dopo un attimo, il dottore rientra. "Mi dispiace Will per questo terribile contrattempo" dice. Cerca di mantenere un contegno e quel suo sguardo rassicurante che deve essergli costato anni di pratica, ma si vede che è scosso. "La tua amica viene assistita al meglio" Esita per un istante, poi: "Ora desideri che portiamo a termine la procedura?"
La procedura. Deve essere difficile sviluppare la capacità di parlare con tanta naturalezza della morte, senza mai nominarla. E' molto delicato da parte sua, e sospetto che sia una delicatezza destinata più ai parenti che al paziente. Ha la siringa in mano, attende un mio cenno. Che non arriva.
"No" rispondo.
I miei e mia sorella si voltano di scatto a guardarmi.
"Vorrei che qualcuno mi aiutasse a mettermi sulla mia sedia, in modo che io possa andare da Lou, per favore" dico con quanta più gentilezza possibile. Quello che vorrei dire in realtà è muovetevi stronzi, ma temo che non sarebbe di aiuto.
Il dottore sorride. Preme di nuovo il bottone sopra il mio letto e due infermieri si materializzano in un istante sulla porta, con quella che suppongo debba essere la barella destinata al mio corpo senza vita. Mi guardano, evidentemetne stupiti di vedermi vivo, poi si rivolgono al dottore in attesa di istruzioni. Il dottore li istruisce e loro eseguono velocemente quanto richiesto. In pochi minuti sono vestito, pettinato e seduto sulla mia sedia a rotelle accanto al letto dove Lou è stata ricoverata. I miei genitori e mia sorella sono ammutoliti, seguono ogni mia mossa restando un po' a distanza, straniti. Non capisco se siano sollevati perchè dopotutto oggi non morirò, oppure se abbiano ancora più paura di dover riaffrontare tutto daccapo domani. Non accadrà, ma loro ancora non lo sanno.
Resto immobile a guardare Lou per molto tempo, sono allenato a fare questo. Le è stato somministrato un lieve sedativo e ora dorme. Dopotutto, non aveva cercato di avvelenarsi, mi vergogno di averlo pensato. E' soltanto svenuta, è stata così forte e composta per tutto il tempo che alla fine non ha retto la tensione degli ultimi istanti. Mia povera piccola ape, cosa ti ho fatto? A mia discolpa posso dire che il terrore aveva completamente ottenebrato il mio cervello.
Quando finalmente apre gli occhi e mi vede, sembra sul punto di svenire di nuovo. Io le sorrido e lei da sfogo finalmente a tutte le sue emozioni piangendo disperatamente. Dio come vorrei poterla abbracciare. Mi assale una rabbia cieca, furibonda. Penso per la milionesima volta che questa non è vita ed io non voglio viverla, che avrei dovuto dar corso alla procedura e farla finita quando il dottore me l'ha chiesto. Penso che sono un povero illuso. Ma poi la guardo piangere e sento un'eco del terrore che ho provato quando è svenuta. E la rabbia, improvvisamente e forse per la prima volta dopo l'incidente, svanisce. La stanza in cui ci troviamo è identica alla mia, è la stanza di qualcuno che desidera morire. Questo acuisce il senso di panico nel mio stomaco. Non mi piace che lei sia qui.
"Lou, vieni qui, per favore" le dico.
Lei si alza cautamente, un po' malferma sulle gambe. Si asciuga il viso e mi si siede in braccio, circondandosi con le mie braccia e tenendomi la mano. Indossa soltanto una maglietta bianca e gli slip e nonostante il momento, la desidero con tutto me stesso. Si abbandona sulla mia spalla e lentamente smette di piangere. Tengo il mio viso appoggiato sui suoi capelli, è tutto l'abbraccio che mi è concesso darle. Non è molto, ma è qualcosa. "Sei qui" mi dice. "Sei..." Esita. "Sei vivo".
Già. Sono vivo. Le sorrido.
Lei sembra titubante. Le si accende un barlume negli occhi.
"Significa che... Will, significa che hai cambiato idea?"
Ed eccola, la domanda da un milione di sterline. La madre di tutti i quesiti.
Significa che ho cambiato idea? Ho davvero cambiato idea? Ho la vista annebbiata e un ronzio nelle orecchie. Mi sembra di galleggiare, come se solo il peso di Lou sulle mie ginocchia mi tenesse attacato a terra. Lei è la mia ancora.
Ho perseguito l'obiettivo di mettere fine alla mia esistenza per un tempo molto lungo, ho pensato praticamente solo a questo negli ultimi due anni - tranne quando pensavo a Lou naturalmente. Sono veramente pronto ad accantonare tutto e a provare a vivere di nuovo nonostante tutto? Che strano destino. Quando nemmeno l'amore di Lou mi ha dato la forza di andare avanti, l'ho trovata nel terrore della sua morte.
Chiudo gli occhi per un momento e quando li riapro lei mi sta fissando con i suoi ancora arrossati di pianto. "Si, ho cambiato idea" dico.
Dietro di me sento del trambusto, una specie di rantolo soffocato, immagino che sia mia madre, o mia sorella, o entrambe, che assimilano la notizia. Non me ne curo, ho occhi solo per Lou. Ci sarà tempo per il resto. Lou lancia un grido, poi mi abbraccia strettissimo e mi bacia. Questa è una cosa che possiamo fare insieme. Ci baciamo a lungo, sento le sue mani sul mio viso e il sapore delle sue lacrime sulle mie labbra.
Il momento più perfetto della mia vita.
Penso che se potessi restare così per i prossimi 40 anni sarei un uomo felice.
Si stacca da me dopo un tempo infinito e mi domanda perchè.
E' la giornata delle domande difficili. Rifletto un istante se rispondere solo "perchè ti amo" o se dirle la verità. Opto per la verità.
"Lou... sono stato un egoista. Quando ti ho vista cadere, accanto al mio letto... ho pensato che stessi morendo. Io... perdonami, Dio, perdonami ma per un momento ho pensato che ti fossi uccisa. E' stato... non so spiegartelo. Per una frazione di secondo ho provato quello che devi aver provato tu per tutti questi mesi, sapendo quel che avevo in mente. E' stato poco più di un attimo, ma l'ho trovato completamente intollerabile. Il mio cuore ha smesso di battere Lou. E anche se era proprio per questo che ero li, improvvisamente non l'ho più desiderato. E l'ho capito solo in quel momento, solo quando l'ho provato. Ho capito che non posso farti questo, non voglio causarti una tale sofferenza. Perdonami per esserci arrivato così tardi"
Lou mi guarda. E' incredula. Attende che io prosegua con un "ma nonostante ciò..." e quando questo non avviene, improvvisamente diventa raggiante. Si alza e batte le mani saltellando come una bambina. Piange e ride insieme, dice frasi senza senso su quello che faremo e quanto saremo felici. Eccola, la mia Lou. La mia piccola ape mi ronza intorno tutta felice.
Detesto farlo ma ci sono ancora delle cose che devo dirle. Le chiedo di fermarsi, lei fa il broncio. Dio quanto amo quell'espressione, vorrei non staccarmene mai. Qui, in una clinica della buona morte, in una sera qualunque di settembre, io un tetraplegico che ha desiderato per anni solo di morire, ho trovato tutto quel che si può desiderare dalla vita. Sono incredulo io stesso.
Lou si siede sul letto davanti a me, mi guarda e attende. Ho avuto tempo per pensarci, mentre la guardavo dormire.
"Ok, ascoltami. Ti ho detto che ho cambiato idea ed è la verità. Ma ci sono due condizioni. Ti chiedo di rispettarle" E' sospettosa, le si forma la ruga in mezzo agli occhi. "Quali condizioni?"
"La prima è questa: se arriverà il giorno in cui troverai troppo gravoso restarmi accanto, dovrai dirmelo e andare via. Io lo capirò Lou, davvero. Non ce l'avrò con te, te lo giuro. Tutto il tempo che mi darai è tempo rubato alla morte, è tempo in più per me. Devi promettermi che quando non ce la farai più te ne andrai." Sembra più rilassata. Ridacchia. "E' tutto qui? Non accadrà mai" dice convinta. Sapevo che avrebbe risposto così, ma insisto e alla fine lei promette. So che prende seriamente le sue promesse, e questo un po' mi tranquillizza. Tenerla intrappolata a vita accanto a un paralitico mi appare ancora come una soluzione egoista e terribile.
"E la seconda?" mi chiede.
Questa è più difficile. So che sarà più difficile anche per lei. Mi prendo il mio tempo per mettere insieme le parole giuste. Le dico che so che le mie condizioni non potranno migliorare, e che anzi probabilmente peggioreranno. So che abbiamo davanti pochi anni nei quali starò bene, ovvero starò come adesso, ma che poi poco alla volta il mio corpo comincerà a cedere, un pezzo per volta. Sono volutamente crudo, violento nel dirle questo. Scendo in dettagli raccapriccianti. Deve sapere cosa la aspetta. Vedo il suo viso rabbuiarsi, ma la sua determinazione non vacilla. Le chiedo di promettermi che quando questo avverrà, quando la mia condizione non mi consentirà più una vita dignitosa, lei mi riaccompagnerà qui e metteremo insieme fine a tutto. La nostra è una storia con data di scadenza, scherzo, ma in fondo agli occhi sono serissimo e lo è anche lei. Riflette un secondo, uno solo. Ha di nuovo il viso rigato di lacrime ma sono lacrime silenziose e composte. I piccoli soli ricamati danzano ancora sulle pareti e mi sorprendo che sia passato così poco tempo da quando il dottore è entrato dalla porta con la siringa per me. Il sole è ancora alto. La mia vita è cambiata in una frazione di secondo tre anni fa, e di nuovo una frazione di secondo è bastata per cambiarla oggi. Devo ammettere che sono colpito. Forse anche solo per questo vale la pena resistere.
"Prometto" risponde Lou. Poi si asciuga il viso e mi rivolge il più speranzoso dei sorrisi. "E adesso, possiamo andare a casa, per favore?"
Dovrei avere paura, ma quello che sento è solo sollievo.
Credevo che avrei provato almeno un brivido, un po' di tensione, ma non c'è nulla di tutto ciò. Ci penso da così tanto tempo, a questo momento, che non mi è rimasto niente da provare. Sono già passato attraverso tutto lo spettro delle emozioni umane, come direbbe il mio psicologo. La negazione, la rabbia, il lutto, l'accettazione. Vorrei solo che si sbrigassero. La cosa più fastidiosa è questa ulteriore attesa. Sono due anni che aspetto. Ora che finalmente sto per avere pace, vorrei averla in fretta. Pace. Questo pensiero mi fa sorridere come se stessi per andare a una festa attesa da tanto. Filtra una luce pallida dalla finestra, piccoli soli ricamati danzano sulle pareti, riflessi dalle candide tende ed illuminati dal sole di tarda estate. Tutto è candido qui, mi domando perchè. Siamo in un ospedale, ma doppotutto non vi è alcuna necessità che tutto sia sterile, no? A chi importa? Che differenza farebbe se l'ago che mi pungerà tra poco fosse infettato dalla peste bubbonica? Potrei morire di più? Una bella infezione post mortem, magari? Già, sono un tipo divertente, non riesco a smettere di sorridere. Il mondo perde oggi un grande umorista.
Mi guardo intorno, muovo gli occhi e poco altro e ancora una volta mi rallegro che questa tortura stia per avere termine. Sono impaziente di cominciare. O di finire, secodo i punti di vista. Mia madre e mio padre si tengono per mano, sono in piedi accanto alla porta, dritti come fusi, immobili, non sembrano nemmeno vivi. Respirano a stento, ora che ci faccio caso. Quanto tempo è che non li vedo più sfiorarsi, nemmeno per sbaglio? Anni, ad occhio e croce. Ed oggi addirittura sono mano nella mano. Evidentemente la situazione richiede una speciale gestione. Mia madre serra la mascella e un muscolo compare e scompare velocemente in mezzo al suo viso. E' tesa, ma non è solo questo. Sembra spenta. I suoi occhi dovrebbero essere verdi, ma da qui sembrano di un brutto color del fango, senza vita, senza movimento. Persino le palpebre sono bloccate nella fissità del suo sguardo. Ad un tratto sembra che stia per muoversi, e ho l'impressione che se lo facesse la sua superficie si screpolerebbe come un vaso di argilla lasciato troppo a lungo nel forno, che si sgretolerebbe pezzo dopo pezzo fino a rimanere solo un mucchietto di sabbia raccogliticcio, dove fino a poco prima c'erano i suoi piedi. Non merita questo dolore, lo so bene. Non è colpa sua. Ma dopotutto, non è nemmeno mia.
Mio padre invece ha l'aria di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne qui. Non è uomo da addii, lui. Quando ero bambino mi salutava sempre frettolosamente prima che partissi per il campeggio, ed in seguito ha sempre fatto lo stesso, quando partivo per il college, o per uno dei miei viaggi di prima. Potevo stare via un giorno o un anno, lui allungava la mano e stringeva la mia, mi dava una pacca sulla spalla ed invariabilmente diceva "buona fortuna, figliolo", e questo era tutto. Ora che sto partendo per un viaggio molto più lungo, a quanto pare non ci sarà nemmeno questo. Beh, la stretta di mano certamente no. Ma dov'è la mia pacca, e il mio buona fortuna? Le sue rughe di espressione sembrano essersi accentuate molto durante gli ultimi giorni. Il viaggio ed i preparativi sono stati pesanti per tutti, tranne me ovviamente, ma di certo c'è anche altro. Come per mia madre,immagino che la vera battaglia si stia svolgendo dentro di lui. Per cosa combatte, non saprei dire. Se per sopportare la mia partenza, per tollerare la mano di mia madre nella sua o semplicemente per avere la forza di non scappare fuori dalla stanza perdendosi gli ultimi istanti della vita di suo figlio.
Mia sorella è sprofondata nella poltrona vicino alla finestra e piange senza ritegno, senza curarsi di mostrarsi ne' di inondare di lacrime la sua bella maglia di cachemire. Se va avanti così, sarà da buttare prima che sia tutto finito. Ci siamo salutati già da qualche ora, lei è assolutamente contraria alla mia scelta e ha cercato di convincermi fino all'ultimo a cambiare la mia risoluzione. Ha usato persino Lou per farlo, per provare a convincermi. Ma la verità che nessuno comprende è che la presenza di Lou nella mia vita mi rende se possibile ancora più certo della mia decisione.
Desiderare disperatamente qualcosa che non si può avere è tremendo. Ma le persone normali hanno sempre la possiblità di provarci. Di agire, di tentare di arrivare esattamente dove vogliono essere. Io no. Io non ho nulla, nemmeno la speranza. Lo so da tempo ormai. All'inizio mi ero illuso, ma ormai mi è perfettamente chiaro. Amare una donna così tanto, e non poterla toccare, è insopportabile. Sentire il desiderio nel cervello, così prepotente che ti sembra di svenire, mentre il tuo corpo giace inerme ed immobile... è insopportabile. Sapere di non poterla rendere felice, è una tortura. Guardarla mentre si limita, si comprime, rinuncia a tutto per restarti accanto... no, non è per me. Non potrei vivere così, non potrei farle questo. Lei ha diritto di vivere, di trovare la sua strada. Ma non se io resto. Se io resto, lei è in trappola. La verità è che amarla mi ha reso ancora più determinato. Non se l'aspettava, questo, mia madre.
Naturalmente lei è qui. Lou. E' coraggiosa la mia piccola ape, mi guarda fisso, è seria ma mi sorride. Tiene la mia mano buona, e l'unica senzazione che provo è quella delle sue dita che mi accarezzano senza sosta. Ha una piccola ruga in mezzo agli occhi, quella che le viene sempre quando è preoccupata. Ma sorride. Ha i capelli arruffati come al solito ed è in grandissimo contrasto con il resto dell'ambiente, così colorata e stravagante. Al confronto la mia famiglia sembra uscita da una rivista di moda per becchini. Ma bisogna ammettere che Lou sarebbe in contrasto con qualunque ambiente. Sembra stranamente inadatta e contemporanamente perfettamente in tono con qualunque luogo. E' una caratteristica sorprendente. Cambia l'atmosfera di una stanza solo entrandoci. Vorrei dire che porta allegria, ma sarebbe riduttivo. E' tutto il complesso emotivo che si respira in una certa situazione che si modifica grazie alla sua sola presenza. Beh, è quello che è successo a me, comunque. Chi poteva immaginarlo. Non ho mai incontrato una persona come lei, e anche questo è sorprendente perchè nella mia vita di prima, frequentavo gente in tutti i continenti. Vorrei averla conosciuta per tempo. Mi piace immaginare tutte le cose che avremmo potuto fare insieme, i posti dove l'avrei portata. L'avrei sorpresa, sempre. Ma la verità è che se l'avessi incrociata prima dell'incidente, non le avrei dedicato un secondo sguardo, così originale e stravagante come appare. Sarei passato oltre i suoi capelli neri, oltre le sue improbabili giacche fatte a mano e le scarpe colorate come se lei non esistesse. Si, ero un vero idiota.
Sento un piccolo scatto metallico e percepisco, più che vederla, la maniglia della porta muoversi. I miei occhi sono incatenati a quelli di Lou, anche lei sente la porta aprirsi ed emette un piccolo sospiro. Il dottore entra. Indossa il solito camice bianco, impeccabile, inamidato, senza un alone. Ha lo stetoscopio di rito attorno al collo e in mano un piccolo vassoio di metallo, con una siringa, una laccio emostatico, un batuffolo di cotone e del disinfettante. Ancora questa mania della sterilità! I suoi occhi sono calmi, rassicuranti. Richiude la porta e si ferma un istante, mi guarda con una domanda senza voce. Annuisco appena, e sento la mano di Lou stringersi più forte alla mia. Mia sorella emette un singhiozzo rumoroso e spezza la perfezione del momento. Mia madre e mio padre assumono un'aria se possibile ancora più spaurita. Come lepri inchiodate al centro di una strada trafficata, ipnotizzate dai fari dell'auto che si avvicina, fissano il vassoio e la siringa senza riuscire a distogliere gli occhi.
Il dottore si accosta al mio letto, mi scopre il braccio, e vagamente sento il laccio emostatico stringersi dove una volta avevo un invidiabile bicipite da free climber. Continuo a fissare Lou, voglio che sia lei l'ultima cosa che vedrò in questo mondo. Lei mi sta ancora sorridendo, e di nuovo mi sorprendo del suo coraggio, della sua forza. Non c'è una lacrima sul suo viso, tiene lo sguardo fisso nel mio come se volesse imprimere questa immagine nella sua mente per non scordarla.
Poi accade tutto in una frazione di secondo.
Sono bravo a notare i minimi dettagli, quando gli occhi sono praticamente l'unica parte del tuo corpo che funizona impari a sfruttarli al massimo. Vedo le sue palpebre abbassarsi impercettibilmente, le sue pupille dilatarsi e restringersi improvvisamente. Sento la sua mano lasciare la presa sulla mia ed in un istante, Lou esce dal mio campo visivo. La vedo scivolare a terra, scossa da brividi forti come spasmi.
Il mio cuore si ferma. Mi volto verso il dottore, ma l'ago non ha ancora bucato la mia pelle. Perchè allora il mio cuore si sta fermando, perchè non sto respirando? Per una frazione di secondo, penso che Lou si sia avvelenata per morire con me. Una minuscola parte del mio cervello si congratula con lei per la perfetta scelta dei tempi, ma tutto il resto è in preda a un panico cieco e assoluto, una sensazione di puro terrore, che non ho provato nemmeno quando mi sono risvegliato in un letto senza poter muovere nulla al di sotto della quinta vertebra cervicale. Nel tempo di un battito di ciglia vedo nella mia mente Lou fredda e immobile, circondata da fiori e penso stupidamente che non può morire, perchè non le piace stare al buio. Immagino di dover vivere senza di lei, immagino come sarebbe la mia vita ora, ora che l'ho incontrata, se dovessi perderla. Mi vedo immobile davanti alla sua tomba con un mazzo di fiori in grembo. Non deve essere passato più di mezzo secondo da quando ho sentito la sua mano scivolare via dalla mia, ma il tempo sembra rallentato, il dottore è ancora li, con la siringa a mezz'aria, che fissa la scena come se non capisse cosa sta accadendo. Ritrovo la voce e urlo "la soccorra!"
Il dottore si ridesta. Mi guarda per un istante e posa la siringa di nuovo sul vassoio. Preme il pulsante di emergenza sopra il mio letto e si affretta verso Lou che è ancora scossa da spasmi accanto al mio letto. La sensazione di impotenza che provo è devastante. Il mio istinto ed il mio cervello comandano al mio corpo di precipitarmi da lei ma come sempre nulla si muove se non i miei occhi. Posso solo guardare. Arrivano alcuni infermieri con una barella, sollevano Lou che si contorce e la portano via a passo di corsa. Mi domando se in un posto come questo siano in grado di prendersi cura dei vivi bene quanto dei morti, e sento come se mi stessero strappando le viscere fuori dal corpo.
I miei genitori sono inebetiti, mia sorella ha smesso finalmente di singhiozzare e ha gli occhi arrossati e fuori dalle orbite. Ci guardiamo in silenzio per un attimo senza sapere cosa dire o cosa fare. Beh, loro, perchè io saprei esattamente cosa fare anche se naturalmente non posso. Con tutta la calma che riesco a racimolare dico "Aiutatemi a mettermi sulla sedia" ma dalla gola esce un rantolo quasi incomprensibile e infatti nessuno si muove. Dopo un attimo, il dottore rientra. "Mi dispiace Will per questo terribile contrattempo" dice. Cerca di mantenere un contegno e quel suo sguardo rassicurante che deve essergli costato anni di pratica, ma si vede che è scosso. "La tua amica viene assistita al meglio" Esita per un istante, poi: "Ora desideri che portiamo a termine la procedura?"
La procedura. Deve essere difficile sviluppare la capacità di parlare con tanta naturalezza della morte, senza mai nominarla. E' molto delicato da parte sua, e sospetto che sia una delicatezza destinata più ai parenti che al paziente. Ha la siringa in mano, attende un mio cenno. Che non arriva.
"No" rispondo.
I miei e mia sorella si voltano di scatto a guardarmi.
"Vorrei che qualcuno mi aiutasse a mettermi sulla mia sedia, in modo che io possa andare da Lou, per favore" dico con quanta più gentilezza possibile. Quello che vorrei dire in realtà è muovetevi stronzi, ma temo che non sarebbe di aiuto.
Il dottore sorride. Preme di nuovo il bottone sopra il mio letto e due infermieri si materializzano in un istante sulla porta, con quella che suppongo debba essere la barella destinata al mio corpo senza vita. Mi guardano, evidentemetne stupiti di vedermi vivo, poi si rivolgono al dottore in attesa di istruzioni. Il dottore li istruisce e loro eseguono velocemente quanto richiesto. In pochi minuti sono vestito, pettinato e seduto sulla mia sedia a rotelle accanto al letto dove Lou è stata ricoverata. I miei genitori e mia sorella sono ammutoliti, seguono ogni mia mossa restando un po' a distanza, straniti. Non capisco se siano sollevati perchè dopotutto oggi non morirò, oppure se abbiano ancora più paura di dover riaffrontare tutto daccapo domani. Non accadrà, ma loro ancora non lo sanno.
Resto immobile a guardare Lou per molto tempo, sono allenato a fare questo. Le è stato somministrato un lieve sedativo e ora dorme. Dopotutto, non aveva cercato di avvelenarsi, mi vergogno di averlo pensato. E' soltanto svenuta, è stata così forte e composta per tutto il tempo che alla fine non ha retto la tensione degli ultimi istanti. Mia povera piccola ape, cosa ti ho fatto? A mia discolpa posso dire che il terrore aveva completamente ottenebrato il mio cervello.
Quando finalmente apre gli occhi e mi vede, sembra sul punto di svenire di nuovo. Io le sorrido e lei da sfogo finalmente a tutte le sue emozioni piangendo disperatamente. Dio come vorrei poterla abbracciare. Mi assale una rabbia cieca, furibonda. Penso per la milionesima volta che questa non è vita ed io non voglio viverla, che avrei dovuto dar corso alla procedura e farla finita quando il dottore me l'ha chiesto. Penso che sono un povero illuso. Ma poi la guardo piangere e sento un'eco del terrore che ho provato quando è svenuta. E la rabbia, improvvisamente e forse per la prima volta dopo l'incidente, svanisce. La stanza in cui ci troviamo è identica alla mia, è la stanza di qualcuno che desidera morire. Questo acuisce il senso di panico nel mio stomaco. Non mi piace che lei sia qui.
"Lou, vieni qui, per favore" le dico.
Lei si alza cautamente, un po' malferma sulle gambe. Si asciuga il viso e mi si siede in braccio, circondandosi con le mie braccia e tenendomi la mano. Indossa soltanto una maglietta bianca e gli slip e nonostante il momento, la desidero con tutto me stesso. Si abbandona sulla mia spalla e lentamente smette di piangere. Tengo il mio viso appoggiato sui suoi capelli, è tutto l'abbraccio che mi è concesso darle. Non è molto, ma è qualcosa. "Sei qui" mi dice. "Sei..." Esita. "Sei vivo".
Già. Sono vivo. Le sorrido.
Lei sembra titubante. Le si accende un barlume negli occhi.
"Significa che... Will, significa che hai cambiato idea?"
Ed eccola, la domanda da un milione di sterline. La madre di tutti i quesiti.
Significa che ho cambiato idea? Ho davvero cambiato idea? Ho la vista annebbiata e un ronzio nelle orecchie. Mi sembra di galleggiare, come se solo il peso di Lou sulle mie ginocchia mi tenesse attacato a terra. Lei è la mia ancora.
Ho perseguito l'obiettivo di mettere fine alla mia esistenza per un tempo molto lungo, ho pensato praticamente solo a questo negli ultimi due anni - tranne quando pensavo a Lou naturalmente. Sono veramente pronto ad accantonare tutto e a provare a vivere di nuovo nonostante tutto? Che strano destino. Quando nemmeno l'amore di Lou mi ha dato la forza di andare avanti, l'ho trovata nel terrore della sua morte.
Chiudo gli occhi per un momento e quando li riapro lei mi sta fissando con i suoi ancora arrossati di pianto. "Si, ho cambiato idea" dico.
Dietro di me sento del trambusto, una specie di rantolo soffocato, immagino che sia mia madre, o mia sorella, o entrambe, che assimilano la notizia. Non me ne curo, ho occhi solo per Lou. Ci sarà tempo per il resto. Lou lancia un grido, poi mi abbraccia strettissimo e mi bacia. Questa è una cosa che possiamo fare insieme. Ci baciamo a lungo, sento le sue mani sul mio viso e il sapore delle sue lacrime sulle mie labbra.
Il momento più perfetto della mia vita.
Penso che se potessi restare così per i prossimi 40 anni sarei un uomo felice.
Si stacca da me dopo un tempo infinito e mi domanda perchè.
E' la giornata delle domande difficili. Rifletto un istante se rispondere solo "perchè ti amo" o se dirle la verità. Opto per la verità.
"Lou... sono stato un egoista. Quando ti ho vista cadere, accanto al mio letto... ho pensato che stessi morendo. Io... perdonami, Dio, perdonami ma per un momento ho pensato che ti fossi uccisa. E' stato... non so spiegartelo. Per una frazione di secondo ho provato quello che devi aver provato tu per tutti questi mesi, sapendo quel che avevo in mente. E' stato poco più di un attimo, ma l'ho trovato completamente intollerabile. Il mio cuore ha smesso di battere Lou. E anche se era proprio per questo che ero li, improvvisamente non l'ho più desiderato. E l'ho capito solo in quel momento, solo quando l'ho provato. Ho capito che non posso farti questo, non voglio causarti una tale sofferenza. Perdonami per esserci arrivato così tardi"
Lou mi guarda. E' incredula. Attende che io prosegua con un "ma nonostante ciò..." e quando questo non avviene, improvvisamente diventa raggiante. Si alza e batte le mani saltellando come una bambina. Piange e ride insieme, dice frasi senza senso su quello che faremo e quanto saremo felici. Eccola, la mia Lou. La mia piccola ape mi ronza intorno tutta felice.
Detesto farlo ma ci sono ancora delle cose che devo dirle. Le chiedo di fermarsi, lei fa il broncio. Dio quanto amo quell'espressione, vorrei non staccarmene mai. Qui, in una clinica della buona morte, in una sera qualunque di settembre, io un tetraplegico che ha desiderato per anni solo di morire, ho trovato tutto quel che si può desiderare dalla vita. Sono incredulo io stesso.
Lou si siede sul letto davanti a me, mi guarda e attende. Ho avuto tempo per pensarci, mentre la guardavo dormire.
"Ok, ascoltami. Ti ho detto che ho cambiato idea ed è la verità. Ma ci sono due condizioni. Ti chiedo di rispettarle" E' sospettosa, le si forma la ruga in mezzo agli occhi. "Quali condizioni?"
"La prima è questa: se arriverà il giorno in cui troverai troppo gravoso restarmi accanto, dovrai dirmelo e andare via. Io lo capirò Lou, davvero. Non ce l'avrò con te, te lo giuro. Tutto il tempo che mi darai è tempo rubato alla morte, è tempo in più per me. Devi promettermi che quando non ce la farai più te ne andrai." Sembra più rilassata. Ridacchia. "E' tutto qui? Non accadrà mai" dice convinta. Sapevo che avrebbe risposto così, ma insisto e alla fine lei promette. So che prende seriamente le sue promesse, e questo un po' mi tranquillizza. Tenerla intrappolata a vita accanto a un paralitico mi appare ancora come una soluzione egoista e terribile.
"E la seconda?" mi chiede.
Questa è più difficile. So che sarà più difficile anche per lei. Mi prendo il mio tempo per mettere insieme le parole giuste. Le dico che so che le mie condizioni non potranno migliorare, e che anzi probabilmente peggioreranno. So che abbiamo davanti pochi anni nei quali starò bene, ovvero starò come adesso, ma che poi poco alla volta il mio corpo comincerà a cedere, un pezzo per volta. Sono volutamente crudo, violento nel dirle questo. Scendo in dettagli raccapriccianti. Deve sapere cosa la aspetta. Vedo il suo viso rabbuiarsi, ma la sua determinazione non vacilla. Le chiedo di promettermi che quando questo avverrà, quando la mia condizione non mi consentirà più una vita dignitosa, lei mi riaccompagnerà qui e metteremo insieme fine a tutto. La nostra è una storia con data di scadenza, scherzo, ma in fondo agli occhi sono serissimo e lo è anche lei. Riflette un secondo, uno solo. Ha di nuovo il viso rigato di lacrime ma sono lacrime silenziose e composte. I piccoli soli ricamati danzano ancora sulle pareti e mi sorprendo che sia passato così poco tempo da quando il dottore è entrato dalla porta con la siringa per me. Il sole è ancora alto. La mia vita è cambiata in una frazione di secondo tre anni fa, e di nuovo una frazione di secondo è bastata per cambiarla oggi. Devo ammettere che sono colpito. Forse anche solo per questo vale la pena resistere.
"Prometto" risponde Lou. Poi si asciuga il viso e mi rivolge il più speranzoso dei sorrisi. "E adesso, possiamo andare a casa, per favore?"
lunedì 18 gennaio 2016
LA MIETITURA.
Sarà l'età??
Non saprei, certo che in questo ultimo periodo, tra le persone famose che muoiono, tra quelli meno famosi e tra tutte le notizie che ricevo di conoscenti cui diagnosticano mali gravi, mi sembra di essere salita su una giostra che frulla a raffica senza la possibilità di scendere.
O forse sono io che ci faccio più caso, come quando sei incinta e sembra che tutti i bambini che vedi siano affetti dalla sindrome di Down. Ovviamente non è così, è solo che sei più sensibile all'argomento.
Mi guardo allo specchio e sebbene dimostri esteticamente 10 anni di meno di quelli che ho, e sebbene il mio spirito sia quello di una adolescente in piena crisi ormonale, quello che conta in questi casi è ciò che dichiara l'Anagrafe - quella stronza.
E stando all'Anagrafe, io, mio marito, la maggior parte dei miei amici, abbiamo già scollinato abbondantemente, il giro di boa è bello e passato. Se siamo fortunati - ma molto molto molto fortunati - abbiamo dietro di noi un numero di anni ormai pari a quelli che abbiamo davanti. Ma questo appunto se siamo davvero davvero fortunati. Ma tanto.
Poi naturalmente ci sono i nostri genitori, tutto un altro discorso.
Comincio mio malgrado a fare pensieri un po' catastrofici.
Ogni tanto.
Quella che fino a qualche anno fa era magari solo una banale tosse dovuta all'inverno mi fa rizzare i peli sulle braccia. E se invece...? Se ne sentono tante....
Per non parlare dei periodici controlli per quei mali per i quali - ringraziando gli Dei - è possibile fare prevenzione. Quando sei li seduta sulla sedia e attendi il referto, lo sai che la tua vita potrebbe cambiare nel giro di 10 secondi, lo sai perchè conosci gente a cui è successo, e pregare in tutte le lingue conosciute incluso il Klingon direi che no, non semrba affatto sufficiente.
Sono solo pochi minuti di attesa, ma cavoli se pesano.
Anche se mia mamma ha avuto vari problemi al seno, mi faccio comunque forte del fatto che la "schiatta" femminile della famiglia è fatta di legno molto molto buono, contando un' ultracentenaria e due ultranovantenni nella mia parentela immediata; mi consolo pensando che mio padre, dopo 40 anni a due pacchetti di Marlboro al giorno, alla prova dei fatti (radiografia anni fa per un banale intervento) aveva i polmoni di un neonato.

E spero con tutta me stessa che Mr DNA abbia armi sufficientemente affilate per respingere qualunque attacco esterno alle prprie (che poi sarebbero le mie) difese.
Perchè a me, la non-esistenza, mi terrorizza, al punto da farmi dimenticare la grammatica.
Non saprei, certo che in questo ultimo periodo, tra le persone famose che muoiono, tra quelli meno famosi e tra tutte le notizie che ricevo di conoscenti cui diagnosticano mali gravi, mi sembra di essere salita su una giostra che frulla a raffica senza la possibilità di scendere.
O forse sono io che ci faccio più caso, come quando sei incinta e sembra che tutti i bambini che vedi siano affetti dalla sindrome di Down. Ovviamente non è così, è solo che sei più sensibile all'argomento.
Mi guardo allo specchio e sebbene dimostri esteticamente 10 anni di meno di quelli che ho, e sebbene il mio spirito sia quello di una adolescente in piena crisi ormonale, quello che conta in questi casi è ciò che dichiara l'Anagrafe - quella stronza.
E stando all'Anagrafe, io, mio marito, la maggior parte dei miei amici, abbiamo già scollinato abbondantemente, il giro di boa è bello e passato. Se siamo fortunati - ma molto molto molto fortunati - abbiamo dietro di noi un numero di anni ormai pari a quelli che abbiamo davanti. Ma questo appunto se siamo davvero davvero fortunati. Ma tanto.
Poi naturalmente ci sono i nostri genitori, tutto un altro discorso.
Comincio mio malgrado a fare pensieri un po' catastrofici.
Ogni tanto.
Quella che fino a qualche anno fa era magari solo una banale tosse dovuta all'inverno mi fa rizzare i peli sulle braccia. E se invece...? Se ne sentono tante....
Per non parlare dei periodici controlli per quei mali per i quali - ringraziando gli Dei - è possibile fare prevenzione. Quando sei li seduta sulla sedia e attendi il referto, lo sai che la tua vita potrebbe cambiare nel giro di 10 secondi, lo sai perchè conosci gente a cui è successo, e pregare in tutte le lingue conosciute incluso il Klingon direi che no, non semrba affatto sufficiente.
Sono solo pochi minuti di attesa, ma cavoli se pesano.
Anche se mia mamma ha avuto vari problemi al seno, mi faccio comunque forte del fatto che la "schiatta" femminile della famiglia è fatta di legno molto molto buono, contando un' ultracentenaria e due ultranovantenni nella mia parentela immediata; mi consolo pensando che mio padre, dopo 40 anni a due pacchetti di Marlboro al giorno, alla prova dei fatti (radiografia anni fa per un banale intervento) aveva i polmoni di un neonato.

E spero con tutta me stessa che Mr DNA abbia armi sufficientemente affilate per respingere qualunque attacco esterno alle prprie (che poi sarebbero le mie) difese.
Perchè a me, la non-esistenza, mi terrorizza, al punto da farmi dimenticare la grammatica.
venerdì 20 novembre 2015
INCIDENTE
Oggi è successa una di quelle cose che ti cambiano tutte le prospettive.
Abbiamo appena ricevuto la notizia che il marito di una mia collega ha avuto un grave incidente di moto, e non ce l'ha fatta. Io non lo conoscevo, ma la mia collega ha circa 35 anni, quindi suppongo che anche lui non fosse molto più grande.
Siamo tutti sconvolti.
Non riesco a smettere di pensare a lei, vedova.
Vedova ha un sapore così definitivo, così permanente... una cosa che sarai per sempre.
Puoi superare il momento, puoi rifarti una vita col tempo, ma quella cosa lì non la cancellerai mai.
Una vedova di 35 anni.
Come si vive con un dolore così?
Come si sopravvive?
Insieme da una vita, come me e il GG, e da un secondo all'altro, tutto finito.
Lo so che si dicono sempre queste cose in simili circostanze, ma davvero... non ci sono parole.
Non ci sono parole.
martedì 13 ottobre 2015
IL PIU' BEL PERSONAGGIO LETTERARIO MAI DESCRITTO
Mi arriva la richiesta di parlare di quale sia secondo me il più bel personaggio letterario mai scritto.
Oh beh. Vi assicuro che cercherò di non essere scontata :-)
Così d'acchito, uno pensa ai classici... Emily Bronte, Jane Austen... Boris Leonidovič , Ernest Hemingway... anche Margaret Mitchell magari... e invece no.
Troppo banale, via, la bellezza di personaggi come Lara o Elisabeth è stata fin troppo decantata. Così come i grandi autori italiani... l'infinita tossicità di Fosca, la devozione di Jacopo Ortis (e del suo omologo tedesco)... L'inconsapevole intraprendenza di Renzo e la irritante purezza di Lucia.... no, no.
Non posso rinnegare me stessa e la mia sedicenne interiore che sta scalpitando come una puledra.
Per questo vi dico ed affermo - e vado in seguito ad argomentare - che il personaggio letterario più bello di sempre (a parte Ender Wiggin di cui ho già parlato) è... Severus Snape.
Oh yes.
Proprio lui, naso adunco, capello unto, mantello nero. Severus.
Esaminiamo il personaggio brevemente.
Figlio di sangue misto, madre maga e padre babbano ed ubriacone, il povero Severus è quello che chiameremmo uno sfigato fin da bambino. Per un puro caso attorno ai 10 anni incontra Lily Evans, nata babbana ma con evidenti poteri magici in erba. I due diventano amici, lui le svela l'esistenza del mondo dei maghi, e chiacchierando chiacchierando si innamora perdutamente di lei. Restano amici e ricevono la loro
lettera per Hogwarts insieme. E sul treno, ahimè, Lily conosce un giovane arrogante e talentuoso di nome James..... Lily e Severus rimangono amici per tutta la durata della scuola ma il povero Severus è vittima - in quanto sfigato - dei bulletti della scuola (James e Sirius). Lily inizialmente lo difende ma dopo la sua infatuazione per le arti oscure e la sua inclinazione ad appoggiare l'ambizioso e potente Tom Riddle, lo abbandona. I più sanno che crescendo James perderà la sua vena di arroganza, conquisterà il cuore di Lily e la sposerà; i due avranno un figlio di nome Harry.
In seguito a varie vicissitudini e incomprensioni, Severus sarà l'involontaria causa della morte di Lily.
Questo avvenimento segnerà tutta la sua vita seguente.
Dopo aver passato 10 anni - presumiamo - piangendo il suo amore perduto, Severus incontrerà nuovamente "gli occhi di Lily" quando Harry viene ammesso ad Hogwarts. Da questo momento la vita di Severus sarà un tormento ancora maggiore. Egli infatti detesta Harry con tutto se stesso a causa della sua somiglianza con
James... il personaggio è presentato in questo modo, perfido, pronto ad ogni occasione a dileggiare Harry, in certe circostanze addirittura sospettato di volerlo uccidere.
Ma la realtà è ben diversa.
Egli è al contrario il protettore di Harry, nascostamente ma costantemente lo preserva e lo difende, perché se è vero che il figlio assomiglia al padre... è altrettanto vero che egli ha gli occhi di sua madre. Gli occhi di Lily che Severus non vuole assolutamente vedersi spegnere nuovamente, a cui non può permettere di correre rischi anche a costo della sua propria vita.
Ci sono due scene descritte nei romanzi che esplicitano con pochissime frasi la natura tormentata di questo personaggio. La prima è un dialogo con Albus Dumbledore, in cui a seguito di una dichiarazione di Severus,
Albus gli chiede "ma come? Lily, ancora? dopo tutto questo tempo?" e Severus risponde semplicemente "Always". Sempre.
La seconda è la straziante scena della morte di Severus, che avviene in presenza di Harry.
Le ultime parole di Severus sono "look at me", guardami. Severus vuole morire con lo sguardo degli occhi di Lily nel suo sguardo. Devoto fino all'ultimo respiro.
Allo scopo di proteggere Harry (oltre che tutto il genere umano aggiungerei, ma sospetto che li avrebbe dati tutti allegramente in pasto ai cattivi per un solo altro minuto in compagnia di Lily) inoltre, Severus conduce una vita pericolosa e sul filo del rasoio. Egli infatti vivrà come un infiltrato tra i seguaci di Colui Che Non Deve Essere Nominato, arrivando ad essere il secondo in comando, facendo il doppio gioco e lavorando di fatto come un vero agente sotto copertura. Riuscendo ad ingannare tutti, incluso Voldemort, e dimostrando di essere quindi egli stesso - e non il suo famoso capo e l'ancor più famoso arcinemico - il mago più potente di tutti i tempi.
Ma lo fa senza che nessuno ne sappia nulla.
Soltanto una persona ne è al corrente, tutti gli altri lo odiano per il suo presunto voltafaccia, lo considerano un traditore ed un assassino. E lui sopporta tutto (tutto tranne esser chiamato vigliacco) silenziosamente, perché dentro di se, nella sua anima, sa che deve espiare il più grave peccato che possa esistere: la morte dell'unica donna che abbia mai amato.
Severus di fatto ha dedicato tutta la sua vita ad un ragazzino che odia, per il solo fatto di essere figlio di una donna che non è mai stata sua. E lo ha fatto senza averne alcuna ricompensa, ma anzi ricevendone in cambio solamente odio e disprezzo. Ha sopportato dolore e tormenti inimmaginabili, e nonostante questo il suo amore, l'amore per Lily, è rimasto incontaminato dentro di lui, è sopravvissuto per decenni nonostante la consapevolezza che lei aveva scelto di amare un altro.
Un amore infinito. Always.
Si va bene: non è un grande classico, e non vincerà mai il Nobel per la letteratura.
Ma non trovate che sia stupendo?
Oh beh. Vi assicuro che cercherò di non essere scontata :-)
Così d'acchito, uno pensa ai classici... Emily Bronte, Jane Austen... Boris Leonidovič , Ernest Hemingway... anche Margaret Mitchell magari... e invece no.
Troppo banale, via, la bellezza di personaggi come Lara o Elisabeth è stata fin troppo decantata. Così come i grandi autori italiani... l'infinita tossicità di Fosca, la devozione di Jacopo Ortis (e del suo omologo tedesco)... L'inconsapevole intraprendenza di Renzo e la irritante purezza di Lucia.... no, no.
Non posso rinnegare me stessa e la mia sedicenne interiore che sta scalpitando come una puledra.
Per questo vi dico ed affermo - e vado in seguito ad argomentare - che il personaggio letterario più bello di sempre (a parte Ender Wiggin di cui ho già parlato) è... Severus Snape.
Oh yes.
Proprio lui, naso adunco, capello unto, mantello nero. Severus.
Esaminiamo il personaggio brevemente.
Figlio di sangue misto, madre maga e padre babbano ed ubriacone, il povero Severus è quello che chiameremmo uno sfigato fin da bambino. Per un puro caso attorno ai 10 anni incontra Lily Evans, nata babbana ma con evidenti poteri magici in erba. I due diventano amici, lui le svela l'esistenza del mondo dei maghi, e chiacchierando chiacchierando si innamora perdutamente di lei. Restano amici e ricevono la loro lettera per Hogwarts insieme. E sul treno, ahimè, Lily conosce un giovane arrogante e talentuoso di nome James..... Lily e Severus rimangono amici per tutta la durata della scuola ma il povero Severus è vittima - in quanto sfigato - dei bulletti della scuola (James e Sirius). Lily inizialmente lo difende ma dopo la sua infatuazione per le arti oscure e la sua inclinazione ad appoggiare l'ambizioso e potente Tom Riddle, lo abbandona. I più sanno che crescendo James perderà la sua vena di arroganza, conquisterà il cuore di Lily e la sposerà; i due avranno un figlio di nome Harry.
In seguito a varie vicissitudini e incomprensioni, Severus sarà l'involontaria causa della morte di Lily.
Questo avvenimento segnerà tutta la sua vita seguente.
Dopo aver passato 10 anni - presumiamo - piangendo il suo amore perduto, Severus incontrerà nuovamente "gli occhi di Lily" quando Harry viene ammesso ad Hogwarts. Da questo momento la vita di Severus sarà un tormento ancora maggiore. Egli infatti detesta Harry con tutto se stesso a causa della sua somiglianza con James... il personaggio è presentato in questo modo, perfido, pronto ad ogni occasione a dileggiare Harry, in certe circostanze addirittura sospettato di volerlo uccidere.
Ma la realtà è ben diversa.
Egli è al contrario il protettore di Harry, nascostamente ma costantemente lo preserva e lo difende, perché se è vero che il figlio assomiglia al padre... è altrettanto vero che egli ha gli occhi di sua madre. Gli occhi di Lily che Severus non vuole assolutamente vedersi spegnere nuovamente, a cui non può permettere di correre rischi anche a costo della sua propria vita.
Ci sono due scene descritte nei romanzi che esplicitano con pochissime frasi la natura tormentata di questo personaggio. La prima è un dialogo con Albus Dumbledore, in cui a seguito di una dichiarazione di Severus, Albus gli chiede "ma come? Lily, ancora? dopo tutto questo tempo?" e Severus risponde semplicemente "Always". Sempre.
La seconda è la straziante scena della morte di Severus, che avviene in presenza di Harry.
Le ultime parole di Severus sono "look at me", guardami. Severus vuole morire con lo sguardo degli occhi di Lily nel suo sguardo. Devoto fino all'ultimo respiro.
Allo scopo di proteggere Harry (oltre che tutto il genere umano aggiungerei, ma sospetto che li avrebbe dati tutti allegramente in pasto ai cattivi per un solo altro minuto in compagnia di Lily) inoltre, Severus conduce una vita pericolosa e sul filo del rasoio. Egli infatti vivrà come un infiltrato tra i seguaci di Colui Che Non Deve Essere Nominato, arrivando ad essere il secondo in comando, facendo il doppio gioco e lavorando di fatto come un vero agente sotto copertura. Riuscendo ad ingannare tutti, incluso Voldemort, e dimostrando di essere quindi egli stesso - e non il suo famoso capo e l'ancor più famoso arcinemico - il mago più potente di tutti i tempi.
Ma lo fa senza che nessuno ne sappia nulla.
Soltanto una persona ne è al corrente, tutti gli altri lo odiano per il suo presunto voltafaccia, lo considerano un traditore ed un assassino. E lui sopporta tutto (tutto tranne esser chiamato vigliacco) silenziosamente, perché dentro di se, nella sua anima, sa che deve espiare il più grave peccato che possa esistere: la morte dell'unica donna che abbia mai amato.
Severus di fatto ha dedicato tutta la sua vita ad un ragazzino che odia, per il solo fatto di essere figlio di una donna che non è mai stata sua. E lo ha fatto senza averne alcuna ricompensa, ma anzi ricevendone in cambio solamente odio e disprezzo. Ha sopportato dolore e tormenti inimmaginabili, e nonostante questo il suo amore, l'amore per Lily, è rimasto incontaminato dentro di lui, è sopravvissuto per decenni nonostante la consapevolezza che lei aveva scelto di amare un altro.
Un amore infinito. Always.
Si va bene: non è un grande classico, e non vincerà mai il Nobel per la letteratura.
Ma non trovate che sia stupendo?
lunedì 5 ottobre 2015
PERSEGUITATA - tra il serio e il faceto
Sarà il cambio di stagione.
Si dice così in questo periodo no? Hai il mal di testa, sarà il cambio di stagione. Ti senti stanca, sarà il cambio di stagione. Hai freddo, è il cambio di stagione. Hai caldo, uguale. Ti viene un callo, certo il cambio di stagione, le scarpe invernali......
Insomma in questi giorni sono perseguitata. Dal cambio di stagione? No no... anche se sicuramente è colpa sua. Il passato mi perseguita. Il presente. Ed anche il futuro.
Un casino, credetemi, quando non hai uno straccio di finestra temporale dove ripararti.
Il passato è una di quelle cose del tipo quando ti scotti con l'acqua calda dopo stai alla larga anche da quella fredda. Massima che piaceva tanto alla mia nonna. Non che ci siano gran rubinetti aperti attorno a me attualmente, anzi, si potrebbe dire che per quanto ne so l'acquedotto sia quasi prosciugato... epperò. Epperò epperò epperò. Epperò chi me lo dice che davvero i rubinetti sono tutti chiusi? Io penso che lo siano, ma le prove dove sono? E se mi sbagliassi? E se mi sbagliassi di nuovo?
Il cervello funziona come vuole lui non come vuoi tu, la maggior parte del tempo. Il massimo che puoi fare spesso e volentieri e prendere atto di quello che i tuoi neuroni ti stanno combinando ed eventualmente, se ti dice molto ma molto bene, capirne i motivi.
E dopo che li hai capiti? Bon, niente, te li ciucci lo stesso, che i neuroni non è che si possano spegnere.
Ora non vorrei scadere nell'ulteriormente banale (dopo la massima della nonna....) parlando di ferite che lacerano l'anima, di cicatrici che non si rimarginano e tragedie del genere che non mi pare il caso, però è vero che alcune cose difficilmente se ne scivolano via quiete e silenzionse anche dopo che le hai elaborate, rimasticate, ribaltate, rivoltate e "dimenticate". Non si dimentica mai veramente, per quanto uno faccia o lo desideri (e io ho fatto, credetemi sulla parola se non volete andare a rileggere i deliranti post di qualche anno fa), perchè il corpo ha memoria, non solo il cervello. E ci sono sensazioni che uno prova a livello fisico e quelle ti fregano perchè di quelle il corpo si ricorda, oh se si ricorda. E non ci si può fare proprio niente.
Una di queste per esempio è l'allarme. Sentirsi in allarme. Sentirsi sempre costantemente all'erta, tipo cane da punta. E' una fatica immensa, ma di peggio: è una fatica inutile, che ti fa sprecare un sacco di energie. E ovviamente questo ha un impatto anche sul presente perchè insomma se hai metà delle tue energie impegnate, far fronte a tutto il resto con solo l'altra metà della scorta non è mica agevole. Finisce che combini qualche cazzata, che dimentichi magari delle cose importanti, che non sei come dovresti o meglio, come vorresti essere. Madre poco paziente, moglie spaccacoglioni, professionista svogliata e disattenta.
Ed ecco il dannato senso di inadeguatezza, strisciante, altra di quelle bestie che ti pigliano anche a livello fisico. A me, personalmente, allo stomaco. Lo strizza, non so come dire, lo comprime.
Non che questo mi dia una mano con la linea, per carità, vuoi mica!
Ma quando ci sei passato una volta, sei fottuto perchè quello riemerge, con ogni scusa, riemerge.
Dimentichi i biscotti preferiti di to figlio? Cucu, son qui.
Lasci i panni da piegare sul letto? Cucu
I compiti di tuo figlio non sono piaciuti alle maestre? Cucu
Hai preparato una zuppa di verdura insipida? Ciao, rieccomi.
Alla fine ne ho le palle talmente piene che mi corazzo, divento aggressiva e smetto di fare le cose.
Almeno non sbaglio.
Strategia vecchia - e stupida, diciamocelo - ma bisogna pur sopravvivere.
O almeno è quello che vado ripetendomi.
Quanto al futuro beh, io ho quasi 44 anni e come ho detto, gli acciacchi mi hanno raggiunta.
Attorno a me ho persone della mia età, o più giovani, che cominciano a sperimentare problemi di salute più o meno gravi e la cosa mi spaventa. Ma mi spaventa parecchio. E' definitivamente chiuso (e direi che mi è
andata anche bene, considerata l'età) il periodo della mia vita in cui tutto era possibile ed io potevo essere o diventare qualunque cosa. In cui ero immortale. Ora considero il fatto che la metà della mia vita (se mi dice bene) è alle mie spalle e che il passato è passato, è immutabile, e non torna. E il futuro si accorcia. Non ho più 16 anni inside a livello profondo, ma solo a livello superficiale, quello che mi consente ancora di divertirmi col colore dei capelli e con le magliette di Betty Boop, e che mi fa ancora apprezzare Harry Potter e gli Avengers. Ma nel profondo no, nel profondo sono cresciuta. Sono diventata grande. Bella fregatura.
Insomma, sono sotto assedio.
Ho bisogno di un progetto a cui dedicarmi.
Si dice così in questo periodo no? Hai il mal di testa, sarà il cambio di stagione. Ti senti stanca, sarà il cambio di stagione. Hai freddo, è il cambio di stagione. Hai caldo, uguale. Ti viene un callo, certo il cambio di stagione, le scarpe invernali......
Insomma in questi giorni sono perseguitata. Dal cambio di stagione? No no... anche se sicuramente è colpa sua. Il passato mi perseguita. Il presente. Ed anche il futuro.
Un casino, credetemi, quando non hai uno straccio di finestra temporale dove ripararti.
Il passato è una di quelle cose del tipo quando ti scotti con l'acqua calda dopo stai alla larga anche da quella fredda. Massima che piaceva tanto alla mia nonna. Non che ci siano gran rubinetti aperti attorno a me attualmente, anzi, si potrebbe dire che per quanto ne so l'acquedotto sia quasi prosciugato... epperò. Epperò epperò epperò. Epperò chi me lo dice che davvero i rubinetti sono tutti chiusi? Io penso che lo siano, ma le prove dove sono? E se mi sbagliassi? E se mi sbagliassi di nuovo? Il cervello funziona come vuole lui non come vuoi tu, la maggior parte del tempo. Il massimo che puoi fare spesso e volentieri e prendere atto di quello che i tuoi neuroni ti stanno combinando ed eventualmente, se ti dice molto ma molto bene, capirne i motivi.
E dopo che li hai capiti? Bon, niente, te li ciucci lo stesso, che i neuroni non è che si possano spegnere.
Ora non vorrei scadere nell'ulteriormente banale (dopo la massima della nonna....) parlando di ferite che lacerano l'anima, di cicatrici che non si rimarginano e tragedie del genere che non mi pare il caso, però è vero che alcune cose difficilmente se ne scivolano via quiete e silenzionse anche dopo che le hai elaborate, rimasticate, ribaltate, rivoltate e "dimenticate". Non si dimentica mai veramente, per quanto uno faccia o lo desideri (e io ho fatto, credetemi sulla parola se non volete andare a rileggere i deliranti post di qualche anno fa), perchè il corpo ha memoria, non solo il cervello. E ci sono sensazioni che uno prova a livello fisico e quelle ti fregano perchè di quelle il corpo si ricorda, oh se si ricorda. E non ci si può fare proprio niente.
Una di queste per esempio è l'allarme. Sentirsi in allarme. Sentirsi sempre costantemente all'erta, tipo cane da punta. E' una fatica immensa, ma di peggio: è una fatica inutile, che ti fa sprecare un sacco di energie. E ovviamente questo ha un impatto anche sul presente perchè insomma se hai metà delle tue energie impegnate, far fronte a tutto il resto con solo l'altra metà della scorta non è mica agevole. Finisce che combini qualche cazzata, che dimentichi magari delle cose importanti, che non sei come dovresti o meglio, come vorresti essere. Madre poco paziente, moglie spaccacoglioni, professionista svogliata e disattenta.
Ed ecco il dannato senso di inadeguatezza, strisciante, altra di quelle bestie che ti pigliano anche a livello fisico. A me, personalmente, allo stomaco. Lo strizza, non so come dire, lo comprime.Non che questo mi dia una mano con la linea, per carità, vuoi mica!
Ma quando ci sei passato una volta, sei fottuto perchè quello riemerge, con ogni scusa, riemerge.
Dimentichi i biscotti preferiti di to figlio? Cucu, son qui.
Lasci i panni da piegare sul letto? Cucu
I compiti di tuo figlio non sono piaciuti alle maestre? Cucu
Hai preparato una zuppa di verdura insipida? Ciao, rieccomi.
Alla fine ne ho le palle talmente piene che mi corazzo, divento aggressiva e smetto di fare le cose.
Almeno non sbaglio.
Strategia vecchia - e stupida, diciamocelo - ma bisogna pur sopravvivere.
O almeno è quello che vado ripetendomi.
Quanto al futuro beh, io ho quasi 44 anni e come ho detto, gli acciacchi mi hanno raggiunta.
Attorno a me ho persone della mia età, o più giovani, che cominciano a sperimentare problemi di salute più o meno gravi e la cosa mi spaventa. Ma mi spaventa parecchio. E' definitivamente chiuso (e direi che mi è
andata anche bene, considerata l'età) il periodo della mia vita in cui tutto era possibile ed io potevo essere o diventare qualunque cosa. In cui ero immortale. Ora considero il fatto che la metà della mia vita (se mi dice bene) è alle mie spalle e che il passato è passato, è immutabile, e non torna. E il futuro si accorcia. Non ho più 16 anni inside a livello profondo, ma solo a livello superficiale, quello che mi consente ancora di divertirmi col colore dei capelli e con le magliette di Betty Boop, e che mi fa ancora apprezzare Harry Potter e gli Avengers. Ma nel profondo no, nel profondo sono cresciuta. Sono diventata grande. Bella fregatura.
Insomma, sono sotto assedio.
Ho bisogno di un progetto a cui dedicarmi.
martedì 12 agosto 2014
NANO-NANO, ROBIN
E' facile confondere la personalità pubblica di un personaggio famoso con la sua vera essenza.
Siamo abituati a vedere un attore, un cantante con un certo tipo di piglio, e pensare che quella persona sia così come appare anche tra le mura di casa, anche nella vita privata.
E' evidente che sbagliamo.
Leggo stamattina non senza un certo sgomento che Robin Williams, il mio amatissimo professor John Keating, si è tolto la vita nella sua casa di Los Angeles a causa di una grave depressione.
E il mio primo pensiero è stato.. ma come! Un uomo così gioioso!
Già.
Quando succedono cose come questa mi dibatto sempre un po' tra il dispiacere e la rabbia.
Dispiacere naturalmente per la perdita non solo di un artista ma di un uomo, la morte è sempre e comunque una cosa triste. Non penso all'attore, ma al padre, marito, amico, collega.
Rabbia perché non riesco a rendermi conto di come persone che hanno tutto, e lo dico oggettivamente, possano fare una scelta del genere.
Uomini e donne pieni di talento, che hanno la fortuna di poter fare ciò che sono nati per fare (cantanti, attori... artisti in generale) che sovente hanno famiglia - magari anche più di una, il che non è un vantaggio in certi casi, ma comunque con intorno una rete di rapporti personali - che sono ricchi, famosi, invidiati persino. Vivono nel posto più bello del mondo, fanno il mestiere più bello del mondo (come diceva Sandra Mondaini), ne ricavano soddisfazioni, onori, fama e gloria.
E poi?
E poi niente, un giorno tutto questo diventa insopportabile.
Come può diventare insopportabile?
Cosa mi sfugge?
Me lo domando mentre dico addio ad un simpatico alieno che viaggia sulla sua astronave a forma di uovo, e dorme appeso a testa in giù. Ad un padre divorziato che si traveste da donna ed impara a cucinare pur di stare coi figli. Alla statua di un generale sudista che si rianima di notte. A uno psicologo alle prese con un genio ribelle, a un professore anticonformista, a un dottore col naso da clown, a un radiofonista con un saluto speciale, e a mille altre persone tutte dentro una stessa persona.
Siamo abituati a vedere un attore, un cantante con un certo tipo di piglio, e pensare che quella persona sia così come appare anche tra le mura di casa, anche nella vita privata.
E' evidente che sbagliamo.
Leggo stamattina non senza un certo sgomento che Robin Williams, il mio amatissimo professor John Keating, si è tolto la vita nella sua casa di Los Angeles a causa di una grave depressione.
E il mio primo pensiero è stato.. ma come! Un uomo così gioioso!
Già.
Quando succedono cose come questa mi dibatto sempre un po' tra il dispiacere e la rabbia.
Dispiacere naturalmente per la perdita non solo di un artista ma di un uomo, la morte è sempre e comunque una cosa triste. Non penso all'attore, ma al padre, marito, amico, collega.
Rabbia perché non riesco a rendermi conto di come persone che hanno tutto, e lo dico oggettivamente, possano fare una scelta del genere.
Uomini e donne pieni di talento, che hanno la fortuna di poter fare ciò che sono nati per fare (cantanti, attori... artisti in generale) che sovente hanno famiglia - magari anche più di una, il che non è un vantaggio in certi casi, ma comunque con intorno una rete di rapporti personali - che sono ricchi, famosi, invidiati persino. Vivono nel posto più bello del mondo, fanno il mestiere più bello del mondo (come diceva Sandra Mondaini), ne ricavano soddisfazioni, onori, fama e gloria.
E poi?
E poi niente, un giorno tutto questo diventa insopportabile.
Come può diventare insopportabile?
Cosa mi sfugge?
Me lo domando mentre dico addio ad un simpatico alieno che viaggia sulla sua astronave a forma di uovo, e dorme appeso a testa in giù. Ad un padre divorziato che si traveste da donna ed impara a cucinare pur di stare coi figli. Alla statua di un generale sudista che si rianima di notte. A uno psicologo alle prese con un genio ribelle, a un professore anticonformista, a un dottore col naso da clown, a un radiofonista con un saluto speciale, e a mille altre persone tutte dentro una stessa persona.
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