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giovedì 7 luglio 2016

DI STRONZE

No ma la gente è cattiva, mica cozze.
Stronza proprio!
Ne ho prove continue, ma cavoli non riesco mai ad abituarmi alla cosa.
Poi, come nel proverbio, son sempre le acque chete...

Vi racconto.

In azienda da me ci sono alcuni part time. Essenzialmente sono (siamo) tutte lavoratrici madri, a cui è stato concesso anni fa, messo a contratto, formalizzato con l'ispettorato provinciale del lavoro, insomma cose fatte per benino, tutto in regola, con orari e giorni stabiliti, non una cosa lasciata al caso.
Ora io non conosco esattamente i numeri, ma le aziende sono tenute se non mi sbaglio a concedere un certo numero di part time se vengono richiesti, poi una volta raggiunta la quota, è discrezione dell'azienda se concederne altri oppure no. Qui ovviamente è stato no, e sono anni che non ne vengono più concordati. Sapevo che alcune colleghe lo hanno richiesto, e che si sono un po' incattivite a non averlo ottenuto, e guardano noi che l'abbiamo con un misto di invidia e rabbia, ma dopotutto così è, se io i figli li ho fatti prima mica è una colpa.

In questo periodo avrebbe dovuto rientrare dalla maternità una certa A.V., una che abita lontano e che ha sempre avuto difficoltà anche solo a raggiungere l'ufficio per la lunghezza del viaggio. Ora che è madre anche lei, naturalmente, ha chiesto il part time. E anche di lavorare da casa. Considerate che è una che quando si è trattato di turnare sui weekend ha scomodato l'avvocato perchè non voleva lavorare di sabato - peccato che il suo contratto parlasse chiaro, come quello di tutti gli altri. Quindi diciamo che non è una che possa dire "non chiedo mai niente, non rompo le balle, per una volta che domando..."
Una ragazza che a vederla sembra la persona più gentile del creato, mite, silenziosa, poco appariscente, mai un'alzata di voce, mai una parola fuori posto. In pubblico.
Le sue richieste non sono state accolte dalla dirigenza, e lei si è dimessa.

Bene, quello che ho saputo recentemente è che ha chiesto una revisione ufficiale di tutti i contratti part time esistenti, al fine di trovare una magagna che potesse invalidarne qualcuno in modo che ci fosse spazio per il suo. Perché i nostri figli, di noi col part time, ormai hanno più di tre anni e quindi lei non ritiene che abbiamo diritto al rispetto del contratto. Perché dovremmo farci da parte, per far spazio alle nuove mamme. Perché certe persone sono disposte a calpestare chiunque per ottenere quello che vogliono, e non sono in grado di ragionare per astratti: se una cosa è giusta o sbagliata
lo è indipendentemente dal fatto che vada incontro o meno alle tue esigenze personali. Io ho un contratto, stronza,  e non l'ho estorto con le minacce o con gli avvocati, è un contratto valido e inoppugnabile, e non vedo una sola ragione al mondo per la quale non dovrebbe essere rispettato alla lettera.

Certo, il discorso dei tre anni è validissimo: perchè i figli a una certa età vengono soppressi. Ormai il mio piccolo ha quasi 9 anni, è adulto, che bisogno ha di essere preso a scuola o di essere accompagnato agli allenamenti? Piglia la macchina e ci va da solo, no? E sulla strada già che c'è
si ferma all'Esselunga a fare la spesa. Ma porc....

Già ero avvelenata... ma poi ieri è arrivata la sua mail di commiato, un coacervo di autocelebrazione e presunzione che mi ha fatto venire la nausea. Le risposte che le sono giunte, in copia tutta l'azienda naturalmente, talmente infarcite di retorica da farmi lacrimare gli occhi.

Bene, ecco la mia.

Carissima A.,
ho appreso con gioia le notizie riguardanti le tue dimissioni.
Sono davvero spiacente di possedere qualcosa che tu vuoi così strenuamente da cercare di passare sopra le tue colleghe pur di ottenerlo, indipendentemente da chi calpesti. Questo atteggiamento denota non solo stupidità ma anche una bella dose di cattiveria, con buona pace di chi ti elogia per la tua meravigliosa capacità di creare rapporti umani. Umanamente, cara A, sei di una pochezza imbarazzante, e nel salutarti ci tenevo a dirtelo chiaramente. Ma dopotutto non me ne preoccupo perché grazie al cielo, non dovrò vederti di nuovo.
Buona fortuna per tutto, stronza.



venerdì 26 febbraio 2016

MURI DI CEMENTO

Si vabbè ma che fiera!

Certa gente davvero non ce la fa, quando l'elasticità mentale non ce l'hai niente da fare: non ce l'hai.
 
Io lavoro part time, dalle 9 alle 15. Sono l'unica persona che gestisce il reparto, che naturalmente non è un repartone enorme ma ha giustamente una mole di lavoro compatibile con i miei orari. Dopo le 15:00, a turno alcuni colleghi di altri uffici danno un'occhiata per controllare che non ci siano urgenze, cosa che non capita quasi mai.
 
Morale qualche tempo fa, questo compito di guardare dopo le 15 è stato passato ad un gruppo di colleghi che hanno un responsabile che definire di cemento armato è complimentarsi per l'elasticità.
Mi è stato chiesto di inviare ogni giorno prima di andare via una mail a questo responsabile, con la mia resp in copia, in cui ragguaglio sulla situazione del reparto alla fine del mio orario di lavoro.
 
Questa era una cosa che facevo anche prima, ovvero: se avevo qualcosa da comunicare prima di lasciare l'ufficio, la comunicavo. Altrimenti mi alzavo e me ne andavo con un semplice "qui tutto a posto" a voce.
Il primo giorno di questa nuova procedura di invio mail, devo ammettere, mi sono dimenticata. Ho ricevuto una sgridata via email (in copia tutto l'universo), ed io che col tempo sono diventata diplomatica ho risposto semplicemente, "si scusate avete ragione" e mi sono messa un post it sullo scehermo come reminder.
 
Ieri mi sono scordata di nuovo.

Ma attenzione: quando dico che mi sono scordata, significa che non avevo niente da dire, perchè se ci fosse stato un casino, un'urgenza, una roba qualsiasi che esulasse dalla norma, eccome se avrei scritto.
Stamattina avevo una mail che diceva che il mio post it era parte dell'arredamento e che dovevo mettere un allarme nel calendario del pc per ricordarmi. 
 
Ora, a me pare un filo esagerato, per non aver mandato una mail con scritto "niente da segnalare", però sono diplomatica (ommmmmm) e ottempero.
La resp. viene a vedere che io abbia fatto tutto  a modino, al che le dico: guarda che comunque se non
mando email significa che non ho niente da segnalare.
La risposta è stata che "le stanno con il fiato sul collo".
Suppongo che questa sia opera di quell'altro responsabile, quello elastico come un muro di cemento.
Io sono stata responsabile di un reparto molto grande ai miei tempi, prima del secondo figlio e del part-time, e francamente ho sempre saputo cosa rispondere alle persone che mi stavano col fiato sul collo o che avevano da eccepire sull'operato dei "miei". Anzi mi facevo un punto di onore nel difenderli, se era il caso, anche a costo di bozzare contro un superiore (il che spiega parzialmente perchè io non sia più responsabile, suppongo).
 
Ora a quanto pare le cose sono molto cambiate.

Il punto sembra essere quello di abbassare la testa ed annuire. Normalmente, la cosa non mi tangerebbe giacchè ormai sono abituata, ma stamattina mi ha dato proprio fastidio.
Beh, ho risposto, puoi far notare anche tu l'inutilità di scrivere per dire che non hai niente da scrivere, puoi anche dirlo che se non c'è email significa che non c'è niente da dire, no?
Non c'è stata risposta, solo una alzata di spalle come a dire "è così perchè è così".
 
Naturalmente non mi costa nessuna fatica mandare quella famigerata email - posto di ricordarmene :-)
Ma mentirei se dicessi che non mi da enormemente noia avere a che fare con persone disposte a seguire una procedura inutile per puntiglio e principio, pur se è evidente l'inutilità della cosa (nonchè propense ad attaccarsi a qualsiasi stupidaggine pur di spaccare la minch.. ehm, esercitare la propria autorità)

lunedì 15 febbraio 2016

LA LEGGE DI MURPHY SULLE FERIE

Tutte le sante volte la stessa storia
Eppure dovrei avere imparato.....


Sono stata in ferie da giovedì 11, mi ero presa un paio di giorni in corrispondenza del carnevale (ambrosiano) per stare un po' coi figli e col marito (che aveva preso venerdì) e godermi un po' casa e famiglia in santa pace.


Invece... invece.

Da giovedì mattina ho girato come una trottola per tre giorni tra commissioni, cose da fare, regali da comprare (collaboravo col Ric per il compleanno della morosa). Sono arrivati in anticipo i mobili del bagno nuovo, quindi corri a sistemare la burocrazia relativa, inizia a svuotare armadietti. Sabato rugby. Il GG è arrivato a casa malato giovedì sera, quindi mentre io facevo tutto ciò lui giaceva sul suo letto di dolore, ci siamo praticamente visti solo domenica. Mi sono seduta sul divano la prima volta sabato alle 18 dopo la partita - da giovedì mattina!!!
Ieri pomeriggio tornando da casa dei suoceri dopo pranzo ero talmente depressa che mi veniva da piangere! Ma porca di quella............... vabbè.


IL GIOCO DELLA CONTENTEZZA, ovvero: note positive


1) Giovedì eravamo a casa solo il Ric ed io.
Dopo averlo costretto a studiare un paio di ore (!) siamo usciti a pranzo, la giornata era bella e soleggiata, abbiamo fatto anche due passi in centro. Era di ottimo umore (probabilmente per via del sushi) e mi ha persino raccontato qualche cosetta sulla sua complicata storia d'amore. Piacevole, davvero.


2) Sabato il Nin ha fatto la partita della sua vita.
Per mancanza di atleti (era carnevale....) hanno fatto delle squadre miste e lui è capitato con bambini che non conosceva e poco pratici, probabilmente rugbisti da poco.
Era piuttosto arrabbiato (competitivo chi?) ma sentendosi evidentemente il pilastro della situazione ha giocato BENISSIMO, ha placcato tutto il possibile, ha corso come un indemoniato, ha salvato l'onore facendo due mete. Quando è tornato, per l'ultima partita, a giocare con la sua squadra abituale (non per dire ma siamo i più forti del circondario) ha giocato bene, si, ma non COSI' bene!
Il GG stava meglio ed è venuto alla partita anche lui, ma io ero di servizio in campo quindi siamo stati uno qui e uno là in fondo. L'ho detto: ci siamo visto praticamente solo domenica (ed eravamo a casa dei suoceri)


3) Abbiamo iniziato il Nin ai piaceri di Ritorno al Futuro.


4) Quest'anno a causa del torneo abbiamo saltato a piedi pari la sfilata dei carri di carnevale. Il che significa che non ho i consueti 4 chili di coriandoli abusivi in casa, che di solito li trovo incastrati chissadove fino a Pasqua.


Ciò nonostante sono in un mood decisamente negativo ultimamente, sono di malumore e vorrei poter dire che non so perché ma in realtà lo so. Solo che è un motivo del cazzo.


Stay tuned per il prossimo pesissimo post.





lunedì 11 giugno 2012

LA RICERCA DELLA FELICITA'

I diritti inalienabili dell'Uomo così come espressi dalla dichiarazione di indipendenza delle colonie americane comprendono il diritto alla ricerca della felicità, altrimenti conosciuto al giorno d'oggi come diritto all'autodeterminazione.

Prima di parlare di questo, converrebbe intendersi su cosa significa "felicità".

Questo è un concetto sfuggente, perchè può avere significati molto diversi per persone diverse.
Nella nostra cultura europea ed occidentale, la realizzazione personale (o felicità) è generalmente imputata a due ambiti ben precisi: la famiglia, oppure la professione.

Alcune persone si realizzano nella conduzione familiare, nei figli, nell'educazione.
Altre si realizzano nel successo lavorativo, nel raggiungimento di una posizione di prestigio e nella sicurezza economica.

E' banale dire che le persone del primo tipo normalmente sono donne, quelle del secondo normalmente sono uomini.

Ora vi dico la mia esperienza.

Io mi sono laureata presto e ho cominciato presto a lavorare.
foto dal web
Ho frequentato una università prestigiosa perchè volevo un buon lavoro (e questo significa guadagnare bene ed avere prestigio sociale). Ho fatto la mia bella gavetta, ho preso le mie brave sberle d'orgoglio, e alla fine sono approdata ad una posizione di responsabilità una decina di anni fa. Nel frattempo avevo conosciuto il GG, ci eravamo sposati ed era nato il PG.

Stavo in ufficio 10-12 ore al giorno, il mio capo non era mai contento, mi trovavo ad essere reperibile durante le ferie o i week end e non avevo tempo per fare nulla che non fosse lavorare. La casa era trascurata, non mettevo mai in tavola per cena altro che prosciutto e formaggio e vedevo mio marito e mio figlio nel tempo tra quando entravo trafelata in casa e quando crollavo sfatta sul divano subito dopo cena. Ero piena di sensi di colpa dalla punta dell'alluce alla cima dei capelli, ed ero molto infelice.

Quando sono rimasta incinta del Nin, la mia bella cadrega mi è stata sfilata da sotto il sedere in tempo zero, come ringraziamento per l'impegno profuso. E li, avrei dovuto capire. Invece, niente. Al rientro dalla maternità ho ricominciato la "scalata" ma le cose a casa andavano sempre peggio.
Così un giorno ho deciso di chiedere il part time.
Avrei dovuto farlo prima, ma ero consapevole che questo avrebbe significato rinunciare a qualsiasi desiderio o velleità di realizzazione professionale, e questo in parte mi frenava.

Alla fine invece l'ho fatto e, sorpresa!!
Il mio livello di felicità è schizzato verso l'alto rapidissimamente.

Così da allora ho cominciato a ragionarci su.
Il lavoro, la professione, il successo, può renderti realmente FELICE?
Io dico di no.
Può renderti orgoglioso.
Il lavoro ti da soddisfazione, ti da sicurezza economica, ma NON può renderti felice.
E' - deve essere - un mezzo, e non il fine.
E NON DEFINISCE CHI SEI, ma semplicemente "cosa fai".

Quello che davvero conta, quello che davvero "ti da" sono i rapporti, le persone.
Amore, amicizia, affetto, stima.
Queste sono le sole cose che contano.

In tempi come questi, in cui le aziende chiudono o perdono a causa della crisi, ricordarsi di questo semplice fatto può fare tutta la differenza del mondo. In ufficio una persona è un numero. Non conta in quanto persona, conta per quanto fa guadagnare all'azienda. Che, voglio dire, è anche giusto. Un'azienda deve guadagnare, se vuole vivere. Ma commettere l'errore di affidare ad essa la propria autostima o la propria serenità personale significa restare inesorabilmente delusi.

Il GG aveva un amico così.
Una brava persona, un po' più grande di noi, che per un certo periodo ha frequentato la nostra casa.
Senza una famiglia sua, si è buttato nel lavoro.
E' bravo ed ha molto successo.
Ma è infelice e depresso.
Torna a casa, ed è solo.
Forse per questo lavora tanto.

Il lavoro è ciò che FAI non ciò che SEI.
Questa ora è la mia filosofia in proposito.
Non lo è sempre stata. Ero orgogliosa, volevo vincere, volevo essere più brava degli altri.
Ma alla fine non mi restava niente.

Quando sei in difficoltà, chi ti conforta? Chi ti consola se sei triste, o preoccupato, o ansioso?
Se tuo figlio si ammala, chi ti sta vicino? Se muore una persona cara, su quale spalla ti appoggi?

Sulla spalla di coloro che ti hanno a cuore come persona.
La tua famiglia, i tuoi amici.

Poter arrivare a casa dopo una giornata difficile, potersi chiudere la porta alle spalle pensando "oh meno male che ora sono qui dove sono amato e apprezzato indipendentemente da tutto" può significare la differenza tra essere sereni e non esserlo.

E che si fottano i soldi.
Servono, ma non sono tutto.
E che si fotta pure l'orgoglio, se ti fa star male invece che bene.
Ci sono passata, per questo lo dico.

E quando un domani saremo anziani e prossimi a camminare nel mondo degli spiriti, cosa ricorderemo con gioia maggiore? Da cosa trarremo conforto per dire "va bene, ho vissuto pienamente, ora posso anche andare"? Da una grande causa vinta in tribunale? Da un ordine da millemila migliaia di euro che abbiamo spuntato? O dal giorno della nascita dei nostri figli e nipoti, dalle feste di compleanno con gli amici, dalle giornate serene al mare, dall'amore che avremo dato e ricevuto?

Io scommetterei sulle seconde.
E come vorrei che ci scommettessero tutti!

foto dal web

venerdì 18 novembre 2011

chi vince e chi perde?

Mi sa che urge approfondimento sul post precedente.

Urban... non è questione di essere una che "ci sta a perdere" o meno.
Io "non ci sto", ma non è questo il punto.

Il punto è definire chi è vincente e chi non lo è.

Steve Jobs nel suo famoso discorso diceva di non cadere nella trappola del dogma. Dove dogma significa vivere secondo il pensiero di menti altrui.

Il dogma, in questo caso, è che la persona di successo è una che ha successo in ambito professionale.
Altri tipi di successo non sono contemplati.


La verità è che anche io ho puntato alla carriera.
Ho passato anni a uscire dall'ufficio oltre le otto di sera, senza far pausa pranzo, sempre disponibile anche sabato, domeinca, festivi. Avevo a casa un marito e un figlio, il PG, che trascuravo costantemente. Per cena sempre prosciutto e formaggio perchè non avevo tempo di cucinare. E nei weekend ero talmente sfatta che non avevo voglia di far niente. Pazienza sotto i tacchi, nervosismo a mille.

Ero responsabile dell'ufficio chiave della mia azienda, avevo una trentina di persone sotto di me.
Ed ero inesorabilmente infelice.

Quando è nato il Ninnolo mi son detta: non è vita questa.
Ho chiesto ed ottenuto il part-time e ho perso qualunque possibilità di crescita professionale.

Ma passo più tempo coi miei figli, la mia casa è più in ordine, ogni tanto cucino. Nei week end organizzo cose, uscite, cinema, giostre. E ho recuperato il rapporto con molti colleghi, di cui non sono più il capo.

Secondo il pensiero comune, secondo "il dogma" sono una che si è arresa. Una delle tante donne (donnette?) che sacrificano la propria realizzazione personale sull'altare del "casalinghismo".
Ma la verità è che da questo punto di vista sono infinitamente più felice.
Infinitamente.

Dunque chi è che vince, chi è che perde?
Io ho vinto. Ho posato lo zaino e ho vinto, perchè il mio scopo non era quello di tirarlo in faccia a qualcuno, ma quello di tirare un sospiro di sollievo e di pace.

E non cambierei il mio posto con una donna manager 40enne che desidera un figlio che non avrà mai perchè non ne ha il tempo.

giovedì 17 novembre 2011

la saggezza del capo

Stamattina è successa una cosa strana
Il mio capo mi ha chiamata in ufficio per una questione lavorativa e, inaspettatamente (evidentemente doveva essere di buon umore) ha cominciato a raccontarmi una cosa che gli è capitata quando aveva 11 anni.

In sostanza, lui da piccolo era il classico bravo ragazzo, ed in prima media c'era questo bullo in classe sua che un giorno in laboratorio di nonsochè lo ha minacciato con un cacciavite, puntandoglielo contro e bucandogli il maglione. Lui, da bravo ragazzo appunto, ha cercato di spiegargli che certe cose non si fanno e per tutta risposta ha ricevuto un "ti aspetto fuori". Ovviamente il bullo cercava la rissa. All'uscita della scuola, pronto alla scazzottata, il futuro capo - sempre da bravo ragazzo - si è chinato per posare la giacca e la cartella, ma mentre si tirava su, inaspettatamente, papam! gli è arrivata una papagna in piena faccia che l'ha rivoltato come un calzino. "Da li", mi ha confessato, "ho capito che lo zaino non era da posare educatamente per terra, ma da tirare addosso all'avversario. Mi son preso un cartone, ma non è ricapitato una seconda volta."

Dopodichè ha voluto condividere con me la seguente riflessione: ci sono posti, come la scuola e a volte l'ambviente lavorativo, che tirano fuori il peggio di ciascuno di noi. Chi non può o non vuole tirare fuori il peggio, è perdente.

Dopodichè abbiamo continuato parlando di lavoro, e quando l'ho salutato per uscire dal suo ufficio mi ha richiamato indietro dicendo.... "Puffola, mi raccomando, ricordati di non posare lo zaino".

Ora, al di la del fatto che parlare con lui, quando non è sclerato e isterico, è sempre molto piacevole, mi domando... cosa avrà voluto dirmi?
Che son troppo molle?
Che dovrei combattere più da bestia?
Che devo tirar fuori il guerriero bastardo che è in me??

E se un guerriero bastado in me non ci fosse?
E se fossi stufa di combattere sempre e per tutto?

Devo rassegnarmi ad essere dunque una perdente, almeno qui in ufficio?

E se dal mio punto di vista invece fossi una vincente?

giovedì 22 settembre 2011

cornuta e mazziata.

Quando sono arrivata in ufficio stamattina ero così: 



Poi..... ho dovuto sentire il cazziatone del mio capo, perchè pensava che mi fossi dimenticata, o non avessi prestato attenzione ad un particolare delicato dettaglio di un certo lavoro che faccio tutte le settimane.
Quando gli ho fatto notare che la cosa l'avevo notata eccome e che gli avevo chiesto informazioni in merito via skype senza ottenere risposta, il cazziatone si è trasformato.

E' diventato un cazziatone perchè non gli chiedo le cose abbastanza volte e non lo tampino finchè non mi risponde.


Insomma o volere o volare, dovevo proprio sentirle su, oggi.

 Adesso sono così: